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L’orrore nei racconti di chi sbarca

La scout sulla banchina: mi sembra di rivivere arrivi del 2013

di Toni Mira 07/11/2017

« È stato una sbarco brutto, troppa sofferenza. La situazione è peggiorata, mi è sembrato di rivivere i primi sbarchi del 2013. Più violenze, più traumi. Tutti subiti in Libia. I migranti erano molto scossi. Anche gli uomini. Nessuno sorrideva». Così Bruna Mangiola, scout del Masci e responsabile del Coordinamento ecclesiale sbarchi della diocesi di Reggio Calabria, racconta lo sbarco di 764 persone avvenuto tra sabato e domenica. L’ultimo c’era stato il 6 luglio, poi una lunga pausa. Fino a due giorni fa quando dalla nave Diciotti della Guardia costiera è sbarcato nuovamente il dramma. «Sono arrivati anche 8 cadaveri, affogati. Anche la mamma di una bambina che ora è rimasta sola con la zia». Oltre i morti anche 25 persone ricoverate urgentemente con ustioni gravissime e tante altre con ustioni meno gravi. Sono gli effetti del viaggio e dei naufragi («Un gommone si è spezzato in due»). Ma di questo non hanno voglia di parlare. «Non riescono a raccontare il viaggio. Dicono solo che sono stati in mare da tre a cinque giorni. Ti raccontano invece quello che hanno subito in Libia. Sono terrorizzati dal ricordo delle prigioni. Un tempo le chiamavano 'campi' ora le chiamano proprio prigioni. Ci sono stati per mesi, soprattutto le ragazzine. Il viaggio per loro è una liberazione ». Su cosa stia succedendo nel Paese nordafricano Bruna ha le idee molto chiare. «In Libia non tutti sono stati pagati. È stata accontentata solo una parte. Chi ha avuto e chi no. Così ci sono gli scontenti. E allora o chiedono altri soldi o aprono i porti e li fanno arrivare. Non è vero che non arrivano. Faranno di tutto. Chi li ferma? L’esodo chi lo ferma?».

Ma il dramma sono soprattutto le condizioni in cui sbarcano. «Quando arrivavano di frequente erano combinati meno peggio, perché comunque non sostavano a lungo in Libia. Il problema ora è la lunga sosta nelle prigioni che ormai sono diventate dei lager, dove succede di tutto, violenze, abusi, torture. Feriti nel corpo e nell’anima». E le storie che Bruna e i volontari hanno dovuto accogliere e consolare sono davvero terribili. «Una ragazza giovanissima era disperata. Pensava di essere incinta perché era stata abusata ripetutamente per giorni da gruppi di persone. Per fortuna non era incinta, però il danno che le hanno fatto è stato gravissimo, sia psicologico che fisico». C’era una donna che piangeva disperatamente dicendo che aveva perso in mare la bambina di cinque giorni. «Ci faceva vedere la maglietta sporca di latte, non se la voleva cambiare e ci faceva cenno come se volesse allattare. Poi abbiamo scoperto che la bambina non era morta. Era viva ma lei stessa aveva cercato di scaraventarla in acqua. Evidentemente aveva subito un trauma molto forte. Era da sola con un bimbo di 5 anni e quella di 5 giorni che potrebbe essere nata in navigazione, probabilmente il frutto di una violenza e per questo lei l’ha rifiutata. Piangeva in continuazione e il figlio le asciugava le lacrime col fazzoletto. E piangevamo anche noi». Africani, ma non solo, a conferma che i trafficanti non hanno abbandonato la rotta libica. «C’era una famiglia siriana con sei bambini. Tre sono stati ricoverati con la mamma in pediatria, avevano bisogno di trasfusioni urgenti in quanto talassemici, mentre gli altri tre bambini sono rimasti col papà al porto in una tenda».

Tanti minori e tanti bambini. «Ne avremo lavati una cinquantina. Ne arrivavano continuamente. Erano con le famiglie. Invece quelli non accompagnati erano circa 70». Casi di violenze? «Ancora non abbiamo conosciuto una ragazza non abusata». Ma Bruna non perde la speranza. «L’immagine più bella che mi rimane è quella di due gemellini piccolissimi, di pochi giorni. È la vita che continua, malgrado tutto. Si sono salvati da tutto quello che sta succedendo là». E ora? L’ultima riflessione della volontaria è quasi un appello. «Il futuro non lo sappiamo, ci auguriamo che il Signore apra la strada a tutti e possano avere una vita migliore. Il nostro compito lo abbiamo fatto, siamo sempre lì, i primi ad arrivare in porto con viveri, vestiti, la doccia. Ora mi auguro che le istituzioni provvedano a loro. Di tutto questo un giorno ci sarà chiesto conto, per quello che abbiamo fatto o non abbiamo fatto».

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