accedi | registrati | 21-11-2017

Il percorso terapeutico dalla tossicodipendenza: serve il sostegno delle famiglie

Attendere, accogliere e custodire un figlio rinato

di Antonella Muscatello 12/11/2017

La comunità terapeutica Cereso attua un programma sistemico che include la famiglia e la pone, insieme al soggetto tossicodipendente, al centro dell’intervento di recupero e riabilitazione. L’educatore che si occupa delle famiglie compie un percorso personale per liberarsi dal pregiudizio, spesso diffuso, che la causa del disagio e della devianza siano da rintracciare nella disfunzionalità familiare. La tossicodipendenza è un problema complesso e come tale le cause non possono essere semplici né è possibile rintracciare una corrispondenza univoca tra i problemi, le difficoltà familiari e l’insorgere della dipendenza. Ascoltando le storie delle famiglie che chiedono aiuto, ciascun educatore si rende conto che nessuno è immune o può dirsi estraneo al problema. Ogni famiglia porta il suo fardello, ogni storia ha le sue luci e le sue immancabili ombre. Non è la condizione sociale, il lavoro, la rete di amicizie, lo stile educativo, gli eventi drammatici che generano e strutturano la dipendenza. O meglio non è mai soltanto una cosa. I genitori arrivano con tanti interrogativi, sensi di colpa, dubbi. E tanta stanchezza. Negli occhi la delusione di tentativi andati persi e un grande senso di incapacità, inadeguatezza. Tutti pongono sempre una sola domanda, a volte manifesta, a volte sottesa: «Perché?». La malattia di un figlio è un evento drammatico nella vita di un genitore. La tossicodipendenza, che non può essere concepita una malattia come tutte le altre per la sua componente di intenzionalità, genera nelle famiglie sentimenti ambivalenti che devono essere oggetto di approfondimento e ascolto. Nei gruppi di supporto ai familiari che in comunità si svolgono regolarmente, i genitori si ritrovano in cerchio e si fanno coraggio a vicenda. Raccontano il proprio dolore, la paura vissuta ogni qual volta la porta si chiudeva dietro quei ragazzi così fragili. Gli educatori accolgono la rabbia, la frustrazione, il rancore, il terrore e tutte le sfumature di esistenze devastate dal mostro della droga. E nonostante tutto, i genitori, la maggior parte delle volte, restano lì, continuano a bussare, a chiedere, a credere. Il gruppo rinnova la speranza. Si impara insieme che le energie spese nel cercare di rispondere alla loro iniziale domanda devono essere impiegate invece nel costruire rapporti diversi. Si mettono in discussione prassi consolidate e disfunzionali, ciascuno cerca di modificare gli aspetti della relazione che non hanno funzionato. Di mese in mese, man mano che i figli recuperano energie, i genitori riprendono fiato. I discorsi nei gruppi prendono una piega diversa. La rabbia si dissolve lentamente, lascia il posto alla possibilità che questa sia la volta buona, che finalmente quel ragazzo possa essere sereno e con lui tutte le persone intorno. A quel punto nuove paure, nuove attese, nuovi dubbi prendono corpo nei nostri pomeriggi di domenica. Si parla dei figli come di ragazzi dei quali prendersi cura, sempre. Ragazzi che restano fragili, sempre. Per sempre. “Sorvegliati speciali”, mai adulti, anche quando sono a loro volta genitori. Il lavoro, la socializzazione, il futuro. Nuove ansie, nuove insidie. Nuove sfide che fanno traballare il precario equilibrio che si è costruito a fatica attraverso il cammino in comunità. L’assenza del giudizio, l’accoglienza delle persone sempre e comunque e la convinzione profonda che la famiglia sia una risorsa da attivare per un reale ed efficace percorso di recupero.

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