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Il presidente della Commissione Giustizia del Senato spiega il nuovo Codice Antimafia approvato di recente

Nico D'Ascola: «Nuova vita alle confische»

di Federico Minniti 18/11/2017

Nico D’Ascola è il Presidente della Commissione Giustizia del Senato. Lo abbiamo intervistato sulla recente iniziativa di legge che lo ha visto tra i protagonisti: il nuovo Codice Antimafia.

Un risultato che la inorgoglisce?

Sono tanti gli spunti interessanti di questa legge; se devo scegliere il più innovativo vorrei fare riferimento al mantenimento dell’utilità economica delle imprese sequestrate e confiscate alle mafie.

Nello specifico?

In questi anni abbiamo assistito al naufragio puntuale di tutte le aziende sottratte ai clan che finivano sempre in procedure fallimentari. Il messaggio che veniva trasmesso all’opinione pubblica era negativo: sembrava comunque che la ‘ndrangheta, giusto per fare un esempio, assicurava occupazione e prosperità.

Cosa cambierà con la nuova legge?

Abbiamo introdotto delle disposizioni tendenti al mantenimento dei livelli occupazionali.

L’idea è che lo Stato deve giocare una partita importante su questi territori.

Andrebbe potenziata l’Agenzia Nazionale del Beni Confiscati (Anbsc)?

Il “sogno” era quello di costituire, proprio all’interno dell’Anbsc, una struttura che prendesse le aziende “mafiose”, li risanasse e le rimettesse sul mercato.

Questo “sogno” si è realizzato?

Non ci siamo riusciti per un problema di copertura economica. Purtroppo questa iniziativa legislativa si ferma a metà strada.

Quale “parte” di percorso è stata già fatta?

Abbiamo rivoluzionato la figura dell’amministratore giudiziario: saranno funzionari pubblici, altamente specializzati in ambito gestionale.

Fuori dalla discussione è rimasta la questione delle interdittive antimafia. Perché?

Il Codice contiene delle disposizione generiche in materia.

Vorrei svelarle un aneddoto: nel corso dei lavori alcuni senatori avevano posto questo problema.

Personalmente mi sono speso in tante audizioni che ci hanno aiutato a raccogliere un materiale che tenesse conto di tutte le istanze del territorio. Quegli stessi senatori, però, non hanno mai presentato un testo integrativo al Codice sull’aspetto specifico.

Misure di prevenzione e reati contro la Pubblica amministrazione. Un aspetto molto criticato.

Va premesso che le misure di prevenzione sono già applicate nei confronti dei reati contro la Pubblica Amministrazione. Mi riferisco al “vecchio” Codice Antimafia del 2011: tali misure sono applicabili a questi reati, purché “reiterati”. Tra le novità nel testo alla Camera veniva eliminato questo aspetto peculiare. Noi crediamo che questo sia sbagliato: le misure di prevenzione richiedono un giudizio di pericolosità sociale e questo naturalmente implica una pluralità di condotte. La nostra ipotesi, poi approvata, è quella di renderla applicabile in caso di associazione a delinquere finalizzata a tali delitti.

Sequestri e confische ai patrimoni dei “gruppi di potere”. Ma in Italia manca ancora una legge che regolamenti le attività delle lobby.

La discussione è aperta. Emerge frequentemente l’evidenza di procedimenti penali che nascono nei confronti di parlamentari ritenuti esponenti di primissimo piano di gruppi di potere. Occorre regolamentare, con un limite invalicabile: si può essere portatori di interessi, ma non si può assolutamente ottenere un vantaggio diretto nell’esserlo, come può essere un compendio economico.

Sembra quasi che questi “agglomerati” decisionali siano tutelati dallo Stato. Ci riferiamo, ad esempio, ai provvedimenti sullo scioglimento dei comuni per mafia che punisce solo la politica, “salvando” i burocrati. Perché?

Sono convinto che bisogna intervenire per modificare questa Legge. Quando si scioglie un comune per mafia lo si fa per ripristinare la democrazia. Su questo versante si deve dire – con estrema chiarezza – che spesso questa contiguità non debba presupporre il coinvolgimento diretto ed esclusivo della parte politica.

Sta dicendo che la politica è vittima della burocrazia?

La Legge ha due carenze: la prima consiste nella necessaria introduzione di una misura sanzionatoria nei confronti dei dirigenti e dei funzionari degli uffici coinvolti. La seconda è la possibilità di fissare delle misure intermedie di commissariamento: perché non immaginare – per i casi meno gravi – una sorta di amministrazione controllata che affianchi il Comune per bonificarlo? Per fare ciò servono corpi dello Stato capaci di stare, tutti i giorni, sui territori.

Forse è giunto il momento di avviare una politica di prevenzione anche rispetto alla corruzione nella Pubblica Amministrazione, partendo dagli appalti.

Abbiamo un arsenale sanzionatorio, in tema di corruzione, unico in tutto il mondo occidentale. Purtroppo mancano quelle stanze di compensazione che prevengano i fenomeni corruttivi. Col rischio di “scaricare” tutto sul tavolo del Procuratore della Repubblica.

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