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Totò Riina (e non solo). Ma come «ragiona» Facebook?

Ed è ora che Facebook cominci a «conversare» con le persone in maniera molto chiara. A partire dalle famiglie delle vere vittime.

di Gigio Rancilio 26/11/2017

Ma come 'ragiona' Facebook? Come fa, per esempio, a chiedere scusa alla famiglia di Totò Riina per avere oscurato 'temporaneamente' alcuni post sul profilo social della figlia del boss mafioso, quando ogni giorno oscura contenuti di valore di altri utenti senza mai neppure spiegarne il motivo? E ancora: com’è possibile che non oscuri pagine con bestemmie ma ne blocchi alcune con contenuti religiosi?

La prima cosa che dobbiamo fare per affrontare questa vicenda in maniera corretta è mettere da parte le emozioni. Mettiamo via quindi rabbia e delusione. E andiamo avanti. Facebook da mesi riceve (spesso a ragione) forti critiche quotidiane. Solo la vicenda delle fake news e dell’uso dei social per manipolare le elezioni americane ha pesantemente intaccato l’immagine del social più grande del mondo, creandogli non pochi danni anche economici. Tant’è vero che ha appena lanciato un servizio «per far scoprire agli utenti americani se sono stati vittime della propaganda Russa».

Detto questo, torniamo al punto focale: come ragiona Facebook?

La risposta speravano di averla dal social stesso. Ma né l’ufficio stampa internazionale né i gestori della pagina ufficiale di Facebook Italia da noi contattati hanno risposto. Quindi proviamo a rispondere con i fatti. Per spiegarci la sua 'filosofia' Facebook ha scritto uno «Standard della comunità ». Contiene frasi del tipo: «Se vedi qualcosa su Facebook che, a tuo avviso, non rispetta le nostre condizioni, inviaci una segnalazione». Una bella premessa (promessa?). Peccato che scriva poco dopo: «La segnalazione di un contenuto non ne garantisce la rimozione, perché potrebbe rispettare comunque le nostre normative».

Quali siano le normative di Facebook è presto detto: «sono vietati contenuti di nudo o che incitano all’odio e contenuti violenti e immagini forti». Alla prova dei fatti, per Facebook, quindi chi bestemmia, offende la religione e se la prende con i disabili (per fare degli esempi), non commette niente di male a meno che «inciti all’odio». Ma siccome – l’abbiamo ricordato – adesso il social di Zuckerberg è sotto attacco sul piano soprattutto politico ed economico, davanti a post di condoglianze ma anche elogiativi per la morte di Totò Riina, ha avuto paura di essere accusato (soprattutto in America) di fare da volano alla mafia. Così, prima ha rimosso le foto di Riina dalle pagine dei familiari del boss e poi – in un eccesso di 'zelo' – ha bloccato anche i post «degli amici» con scritto anche solo la parola «condoglianze». Fatto non secondario. Nessuno della famiglia Riina ha fatto un post per protestare. Eppure, Facebook ha chiesto scusa ai Riina rilasciando una dichiarazione all’agenzia americana Associated Press. E così facendo ha dimostrato due cose. La prima: Facebook ha sempre più paura di finire nelle polemiche. La seconda: Facebook non sa e non vuole comunicare con i suoi utenti ma comunica solo con chi ritiene 'potente'. La terza: con la scusa di essere un social mondiale prende posizione su temi spinosi senza alcuna coerenza: una volta sì, e altre mille no.

Insomma, Facebook «ragiona» in maniera schizofrenica. Per il social le bestemmie sono lecite, l’apologia del fascismo anche (quella nazista invece è vietata). La volgarità è largamente ammessa, così come l’odio e le immagini false (apparse nelle ultime ore) della presidente della Camera Boldrini e della ministra Boschi ritratte ai funerali di Riina. Spazzatura che inquina Facebook. Senza che lui se ne preoccupi. Però se un sito americano denuncia (giustamente) un impero italiano di notizie false (ma non solo) che usa anche Faceboook, il social oscura tutte le pagine che gestiva, comprese quelle a tema religioso. Gli esperti sostengono che «i social sono conversazioni». Giusto. Ed è ora che Facebook cominci a «conversare» con le persone in maniera molto chiara. A partire dalle famiglie delle vere vittime.

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