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«Maestri di speranza», la vera sfida educativa degli insegnanti

di Francesca CrisarĂ  28/11/2017

Andando a scuola abbiamo imparato tante cose, alcune importanti, altre meno; sicuramente ciò che abbiamo appreso è lì, nella memoria, nelle parole che usiamo, nelle immagini mentali che ci accompagnano, nelle formule che non dimentichiamo; siamo diventati lavoratori, consapevoli della nostra forza culturale e professionale. Negli anni della scuola abbiamo capito le regole della convivenza vivendole, scontrandoci ed incontrandoci con gli altri, gli insegnanti, i compagni, quelli come noi e quelli diversi da noi; e siamo diventati soggetti civili e politici. Frequentando la scuola abbiamo imparato l’amore, per la compagna o il compagno, per i versi di Neruda e Shakespeare, per il cielo stellato di Kant e di Van Gogh; così siamo divenuti persone che si emozionano e si innamorano. Tutto questo continua a succedere per i ragazzi di oggi come per quelli che lo sono stati tanti anni fa. Perchè l’esigenza di crescere appartiene ad ognuno e la scuola è il luogo in cui questa esigenza trova risposte, la casa della cultura, dell’affettività, della formazione, Trova risposte? Sì; e se così non è allora stiamo parlando di altro. Ma noi vogliamo parlare di scuola, del luogo in cui ciascuno ha l’opportunità di scoprire gli strumenti per conoscere il mondo e di conoscere se stesso, le risorse che sono il suo specifico, la sua ricchezza, i suoi talenti. Vogliamo parlare di una realtà in cui i ragazzi non sono orci da riempire né campioni da porre sui podi innalzati dagli adulti; non sono numeri con affianco numeri, né oggetti da misurare. E cosa sarebbero? Anzi, meglio, chi sarebbero? Sarebbero prima di ogni cosa persone, cioè soggetti della propria vita. Cosa si fa con la vita? La si prende in mano, se ne ha cura come un bene prezioso, richiedendo agli adulti alcune cose determinanti per il processo e la relazione educativa: chiarezza nel rapporto e nella comunicazione, senza infingimenti o doppiezze; coerenza e credibilità perchè chi non è credibile non viene neanche ascoltato; trasmissione culturale che abbia un senso e spessore, che venga percepita come significativa ed importante per le scelte di studio e lavorative che seguiranno al percorso scolastico; metodologia efficace, che metta in moto i cervelli di tutti, nessun escluso, che accenda entusiasmi in tutti, nessuno escluso; attenzione elevata nei riguardi dei talenti di ciascuno affinchè ogni ragazzo e ogni ragazza possano essere aiutati a scoprire se stessi e lo straordinario valore che li connota; un cuore intelligente che sappia coniugare profondità e delicatezza all’interno della relazione educativa, senza pericolose confusioni di ruoli o aride rigidità; forza morale ovvero certezza riguardo all’ambito dell’agire: le regole come spazio entro cui cresce il senso di appartenenza, il rispetto degli altri nella loro specificità, la solidarietà verso tutti, la cura come atteggiamento di apertura al mondo. Le richieste degli “sdraiati” di oggi sono davvero pesanti anche perchè c’è in atto un processo che sta “sdraiando” anche gli adulti: tra ruolo sociale delegittimato e prolungamento forzato della carriera lavorativa, capita che gli insegnanti rinuncino ad essere attenti e chiari, sensibili ed efficaci. Ma, per piacere, non rinunciate mai, non rinunciamo mai ad essere maestri “di speranza” come Socrate: disposto sempre a mettersi in discussione, dichiarava la propria ignoranza e col sorriso stimolava alla ricerca. Ai suoi allievi che avevano organizzato la sua fuga per farlo sfuggire alla condanna a morte, rispose di no: non per masochismo o per desiderio di gloria postuma ma semplicemente perchè un uomo deve rimanere fedele alle leggi e un maestro non deve mai tradire la fiducia che i giovani hanno riposto in lui. Non è un caso che noi non sappiamo quale fosse davvero il pensiero di Socrate ma sappiamo con certezza quale fosse la sua forza morale e di educatore. E i giovani, con buona pace del simpatico Michele Serra, autore di Sdraiati, sono sdraiati ma non troppo. A noi – sempre – il compito di tirarli via dal divano, lo stesso divano su cui ogni tanto ci vorremmo sedere, magari solo in punta, pronti e disponibili ad una bella passeggiata in montagna (come nel romanzo) o in riva al mare, pronti a scherzare e a raccontare. Pronti e senza mai lasciare la presa.

* docente di storia e filosofia

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