accedi | registrati | 16-12-2017

Il ricordo di monsignor Nunnari: «Dalla chiesa di Loreto, da Sbarre in fiamme, il vescovo ritornò nel suo episcopio umiliato, ma sereno».

Reggio '70 e «quelle monetine scagliate in faccia al vescovo»

di Salvatore Nunnari * 03/12/2017

Nel “Parallelo 38” l’onorevole Reale ha raccolto una mia piccola testimonianza: 15 agosto 1961, noi chierici in vacanza a Cucullaro di Gambarie siamo raggiunti dalla puntuale telefonata del nostro arcivescovo, in vacanza, si fa per dire, a Sant’Angelo di Melia: «I pastori vi aspettano anche oggi sui piani dell’Aspromonte».

Fa caldo ed è un giorno particolare. Noi giovani, anche se chierici, preferivamo quel giorno goderci una festa certamente cristiana: l’Assunta con incrocio laico, il ferragosto. Tanta gente a Gambarie.

Partimmo con monsignor Giuseppe Cassone, rettore del seminario, cugino dell’attuale arcivescovo Cassone. Sulla macchina le nostre critiche: «Lui, il vescovo al fresco e noi su questi viottoli polverosi».

La robusta Volkswagen sopportava le nostre critiche e le crepe in quelle che qualcuno osava chiamare strade. Arrivate alle capanne dei pastori, oggi – grazie a Dio – civili abitazioni se non dei bei villini, troviamo fuori di una di quelle vecchie capanne una 600. La riconosciamo come quella del segretario monsignor Lia. Ma entrati vi troviamo insieme al segretario il buon vescovo che ci aveva preceduti e aveva preparato la gente e l’altarino per la celebrazione della Santa Messa. Ci lasciò lì perché doveva raggiungere altra postazione di servizio. Una grande lezione, una di quelle che formano l’uomo e il futuro pastore. Chi presiede con amore, precede con amore. Ma permettetemi che ricordi insieme a voi che monsignor Ferro non aveva molti orari prestabiliti, infatti era signore del tempo e mai schiavo di esso, pronto a partire sempre, dovunque la necessità o l’opportunità richiedesse la presenza della sentinella di Dio, del padre amoroso. Il buon Alessio, suo autista, era ormai abituato ad essere chiamato a tutte le ore del giorno. L’imperativo era sempre lo stesso: andare, partire. La destinazione spesso la conosceva in macchina, come in quel caldo pomeriggio del mese di luglio del 1961. Ore 14.30 si parte, con destinazione Melia di Scilla. I giornali locali avevano dato una notizia che non lasciava pace al cuore del padre. Una giovane madre uccisa dall’amante del marito, entrambi assicurati alla giustizia, cinque orfani affidati alla nonna. Nel vecchio casolare, accompagnati dal parroco, arriva il vescovo. La sorpresa non fa diminuire lo sgomento; si invoca la mamma, il vescovo decide subito: bisogna affidare questi figlioli a delle famiglie dove una mamma si prenda cura di loro.

Solo Rocco, portatore di handicap, andrà in Istituto mentre Mariano, il più grande, scenderà subito con lui. Sono le ore 19 quando nel cortile della curia entra la macchina del vescovo. Giovane chierico mi aggiravo da quelle parti. «Hai un letto in più a casa tua?». Imbarazzato per questa domanda continuavo a guardare con una certa curiosità quel ragazzo sceso dalla macchina dallo sguardo smarrito e col volto triste e impaurito. «È Mariano, un nostro amico, lo affido per qualche tempo alla tua mamma, la sua da ieri è in paradiso; farà le vacanze con te, abbi cura di lui e preparalo alla prima Comunione».

Il ragazzo, non ancora quattordicenne, dà uno sguardo fuggevole al vescovo, ha ancora difficoltà a distaccarsi da lui, poi, quasi rassegnato, accenna un saluto: «Buonasera vescovo», e mi segue.

I ricordi dei giorni precedenti, la mamma uccisa dinnanzi a lui mentre erano in campagna, la sua fuga per salvarsi da quella donna travestita da uomo, da lui riconosciuta e ingiuriata, i carabinieri in casa che portano via il papà che urlava e gridava un’innocenza mai riconosciuta, resteranno sempre nel cuore e nella mente di Mariano fino alla morte avvenuta in giovane età. Farà ombra a quelle tristi immagini e sarà viatico nel suo breve e difficile cammino la cara e dolce immagine di un vescovo padre, il suo largo sorriso, il suo penetrante sguardo, la festa della prima comunione da lui preparata e celebrata a Cucullaro, il costante interesse per la sua famiglia, che in un brutto giorno di odio e di passione era stata distrutta. Portandolo a casa, quella sera, ho ricevuto la seconda lezione della giornata. Prima quella del mio vescovo, poi quella della mia mamma che, accogliendolo con gioia e la responsabilità di una madre, lo mise subito a suo agio dimostrando anche di aver capito quanto monsignor Ferro le aveva detto dieci anni prima incoraggiandola a farmi entrare in seminario: «Lo lasci entrare, non perde un figlio, un giorno sarà madre di tanti altri».

Disegnava così la missione delle mamme dei sacerdoti.

È uno dei tantissimi episodi che hanno reso ricca la mia vita, episodi, che raccolti insieme, da quanti li conserviamo «meditandoli nel cuore» come fonte limpida e genuina della nostra formazione cristiana e sacerdotale, ci darebbero la lettera pastorale più bella scritta da un vescovo dalla gestualità semplice e dal grande animo. Una che ha continuato a scrivere, inchiodato alla sedia di sofferenza e di silenzio; non correva per le nostre strade e per i nostri monti, perché col suo sorriso e col suo sguardo ci ha fatto comprendere il segreto della sua missione: «Corre per il Signore chi sa fermarsi quando Lui lo vuole». Non mancarono certo nei ventisette anni di servizio episcopale le lettere inviate «ai suoi dilettissimi figli». Da esse traspare la sua fede semplice e sicura: non complicata da raziocini, nemmeno mediate da adattamenti culturali, ma tutta via limpida e solida, operosa e vitale.

Monsignor Zoccali in occasione del venticinquesimo anniversario di ordinazione episcopale ha curato la raccolta delle venticinque lettere, evidenziando i punti cardine e le idee– valori emergenti che sono stati: la carità, la predilezione dei poveri, la giustizia sociale, il valore assoluto della persona umana portatrice di diritti originari e inalienabili, il valore della libertà di difendersi contro ogni oppressione, di strutture o sistemi alienanti e disumanizzanti, la testimonianza coraggiosa della verità contro qualsiasi mistificazione o deformazione.

L’uomo che così ci formava come uomini e cristiani, fu anche preoccupato di dare a questa città e alla sua diocesi spazi culturali e strutture adeguate. La Scuola di servizio sociale, l’Istituto superiore di Scienze religiose e il Centro San Paolo abbinato all’auditorium San Paolo.

Promosse insieme a persone illuminate l’avvio di quella realtà culturale reggina che fu il Consorzio per l’istituto universitario di architettura, che diede inizio a quello che oggi è una grande realtà, la nostra Università. Fece celebrare a Reggio una delle più significative Settimane sociali dei cattolici italiani e una delle prime Settimane liturgiche con la presenza del cardinale Celso Costantini. Costruì chiese, opere di ministeri pastorali e culturali, anche nei più remoti paesi della provincia.

Monsignor Caruso fu l’intelligente e operativo esecutore. Nella fatica delle opere e nella pazienza dei giorni monsignor Ferro conobbe la passione del suo popolo non più per eventi naturali ma per la protervia e l’arroganza degli uomini. Giunse infine la tormenta: i fatti di Reggio. Storia nota che vide nell’assenza assoluta di una classe politica monsignor Ferro vescovo e console di questa città. Riferimento unico di un popolo stremato dalla violenza delle istituzione e di una stampa asservita al potere. Nella notte del 17 settembre 1970, una delle ore più drammatiche della nostra storia recente, salvò, con il suo intervento, la città da un immane disastro (era stata svaligiata un’armeria). Il 20 febbraio 1971 subì l’umiliazione delle monetine gettate in faccia da qualche esasperato che non voleva più accogliere l’invito del padre alla pacificazione degli animi e non alla resa. La civile protesta non doveva essere trasformata in rivolta come in alcuni casi era successo. Dalla chiesa di Loreto, da Sbarre in fiamme, il vescovo ritornò nel suo episcopio umiliato, ma sereno. Né lo ripagò per tanta sofferenza il calice del presidente Saragat che così voleva ringraziare per l’opera di pacificazione assolta in quella dura esperienza. Riconoscimento tardivo dopo la canea di uomini politici che avevano cercato di infangare la sua persona. Certamente convinto di vivere così l’umiliazione del suo popolo «dal quale niente e nessuno, dirà nel suo messaggio d’addio alla città di Reggio e alla sua diocesi, mi potrà separare».

Parafrasando una celebre frase di Sant’Agostino si può dire che «amò questa chiesa, restò in questa chiesa, fu questa chiesa». Negli ultimi anni fu un crocifisso appassionato. Oggi nella gloria del suo Signore e nel cuore dei suoi reggini che, elevandogli nella nostra cattedrale un monumento, gli hanno voluto dire “grazie” e ancora grazie per quello che è stato ed è per questo popolo, per la sua storia.

Dinanzi ad esso ci soffermeremo pregando, leggeremo quel nome: Giovanni Ferro, arcivescovo e lo chiameremo ancora padre e maestro della nostra vita.

(3. Fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate su L'Avvenire di Calabria il 12 e il 19 novembre 2017)

* arcivescovo emerito di Cosenza

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