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Accanto all’azione delle associazioni antimafia deve crescere l’idea di un consumo etico

Contro il pizzo serve una comunità che «sceglie»

di Giuseppe Angelone 05/12/2017

Non c’è dubbio che il racket, identificato spesso anche con il termine pizzo, sia la forma più classica di pervasività e oppressione della criminalità organizzata e che, in qualche misura, rappresenti una delle sue caratteristiche principali. Non è semplicemente estorsione, ovvero il reato attraverso il quale il delinquente ottiene un ingiusto profitto con la violenza o con la minaccia, il pizzo è qualcosa di più nella misura in cui: rappresenta la principale forma di controllo del territorio da parte di una cosca criminale; è estesa a tutte o, co- munque, al maggior numero possibile delle attività economiche di una certa zona; osserva una periodicità costante nella riscossione; e rispetta una precisa proporzionalità tra l’entità dell’attività economica e quella della somma estorta. Con questa attività criminale le cosche controllano l’attività economica di interi territori. Nella dinamica del racket tutto si basa sulla capacità di intimidazione e sulla disponibilità a lasciarsi intimidire; il racket è, di fatto, un patto omertoso tra l’estorsore e la sua vittima che, con il suo silenzio, consente il perpetuarsi del reato.

In molte realtà, soprattutto siciliane, si è sperimentato da tempo e con successo un metodo di resistenza e di denuncia grazie alle reti delle associazioni di categoria e delle associazioni antiracket. Queste organizzazioni, in collaborazione con le istituzioni, hanno dimostrato che denunciare il racket si può e si deve fare perché è l’unico modo per stroncare il fenomeno. Anche a Reggio Calabria si tenta da tempo di implementare la denuncia ed il rifiuto del racket sull’esempio di chi già con successo, anche nella nostra città, si è ribellato e, tutt’ora, continua il proprio lavoro liberamente con il sostegno delle Istituzioni. Ma occorre che tutti ci si mobiliti: le associazioni di categoria con una pesa di posizione chiara e inequivocabile che preveda anche sanzioni per chi non si ribella al racket e non denuncia e l’espulsione degli imprenditori collusi; le istituzioni estendendo il controllo del territorio e la protezione e la tutela dei più esposti alle ritorsioni; le associazioni antimafia organizzando il sostegno e la vicinanza a quanti denunciano; i cittadini preferendo per i propri acquisti e per il proprio approvvigionamento le aziende oneste che si sono ribellate al pizzo. Per far questo è indispensabile che cada l’omertà a tutti i livelli e che sia chiaro a tutti quali sono le imprese e le attività pulite (edili, negozi, supermercati, ecc.) cui potersi rivolgere con la certezza di non contribuire, sia pure inconsapevolmente, a sostenere la ‘ndrangheta.

* ReggioNonTace

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