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A colloquio col gesuita Spadaro direttore de 'La Civiltà Cattolica' e interlocutore privilegiato del Papa

Rivoluzionario o populista? È 'solo' Francesco

di Francesco Creazzo 19/12/2017

È il direttore de La Civiltà cattolica, forse la più antica rivista italiana (fondata nel 1850), filosofo, teologo, ma soprattutto è l’interlocutore privilegiato e una presenza costante nei viaggi apostolici di papa Francesco. Parliamo di padre Antonio Spadaro, gesuita messinese, classe 1966, ospitato sabato 9 dicembre al seminario “Pio XI” per l’incontro “Chiesa e mondo al tempo di Papa Francesco”. La “Cattedra del dialogo” inaugura così il suo nuovo anno con un ospite di eccezione che abbiamo voluto incontrare prima della sua relazione, per approfondire gli argomenti di studio affrontati e riproposti in questa intervista.

Padre Spadaro, partiamo dall’argomento della sua relazione. Come si dipana il rapporto Chiesa–mondo e mondo–Chiesa al tempo di papa Francesco?

Francesco è un Papa del Concilio e ha fatto sue le grandi istanze che la Chiesa ha promosso negli ultimi cinquant’anni. Quindi certamente la posizione del pontefice è quella di un cristianesimo che entra nelle dinamiche del mondo, un rapporto d’incarnazione piuttosto che di conflittualità. Il cristiano è chiamato alla cultura del dialogo, a inserirsi nella vita del mondo per tendere alla riconciliazione. È sempre la prima cosa che dice quando atterra nella destinazione di un viaggio apostolico: i cristiani devono condividere la vita della nazione e dare il contributo al benessere di tutti. Un apporto certamente profetico, che tende alla verità ma che si basa sull’attenzione all’altro, all’incontro, non allo scontro.

Non è che questo atteggiamento fa un po’ paura? C’è chi teme che aprendosi al mondo si possa perdere l’identità.

L’immagine che ci deve guidare è quella dell’incarnazione. Il Signore ha assunto la carne umana, e quindi è fondamentale per annunciare il Vangelo aprirsi al mondo così com’è, abbracciarlo così com’è. Quindi non c’è contraddizione tra dialogo ed evangelizzazione, solo in un rapporto di apertura di cuore all’umanità è possibile annunciare il Vangelo. Solo entrando nelle pieghe e nelle piaghe dell’umanità è possibile la testimonianza.

Lei, infatti, ha scritto: «Quello che fa andare in bestia papa Francesco è il tentativo di ideologizzare il cristianesimo». In questo periodo in cui vengono a crollare tutte le ideologie del ventesimo secolo, un cristianesimo “camminante” può colmare il vuoto?

Il cristianesimo non è chiamato a riempire questi vuoti.

Ma non deve essere ideologico o sposarsi con l’ideologia, non fornisce consolazione di fronte alla paura né appoggi al potere. Il Vangelo è un messaggio di amore al prossimo e, soprattutto, al nemico. E questo, oggi, è scandaloso.

Perché è così scandaloso?

Perché è inconcepibile, anche per noi, amare il nemico.

Si può amare il debole e il vicino ma amare il nemico è scandaloso. Il Papa è arrivato al massimo dello scandalo a Betania, quando ha definito i terroristi «povera gente criminale». Da un lato una ferma condanna, dall’altro una sorta di pietas che deve plasmare ogni discorso cristiano. E questo è scandaloso, come la chiamata dei cristiani, sulla quale Francesco sta spingendo molto, a difendere tutti, non soltanto gli altri cristiani: mi viene in mente l’appello a difendere le popolazioni islamiche vittime di terroristi, da un lato, e di dittatori dall’altro.

Lei ha toccato un tema interessante anche per l’attualità locale. Forse con la ‘ndrangheta le scomuniche e le condanne morali non sono bastate.

C’è bisogno di un nuovo approccio al tema, anche dal punto di vista pastorale?

Non conosco profondamente la situazione, però è chiaro che il Papa si confronta con fenomeni corruttivi e condanna sempre con fermezza, come quando disse che la corruzione “puzza”. Le condanne vanno proseguite!

Però è interessante vedere come Francesco coinvolga tutti nella lotta, riconoscendo che la radice della corruzione vive in noi anche dopo il battesimo. Il Papa non parla mai di “noi” e “loro” come se qualcuno avesse le mani pulite. Quindi c’è la condanna ma c’è anche la gratitudine a Dio per non essere corrotti fino a quel punto, e c’è anche l’impegno a riconoscere in noi il germe di quella corruzione che dà origine a questi fenomeni.

A proposito di “noi” e “loro”, uno dei temi cari a papa Francesco è l’immigrazione. Il web, di cui lei è un esperto, rischia per natura di essere uno strumento usato per dar voce solo a posizioni xenofobe?

Intanto internet non è uno strumento e non si usa. Il web è un ambiente di relazione e di pensiero: indubbiamente è un luogo in cui si esprimono le visioni del mondo che l’uomo elabora. Ma non si può incolpare la tecnologia in sè. Piuttosto è il cuore dell’uomo che spinge nella direzione della chiusura. In questo momento storico stiamo vivendo un approccio al potere che consiste nell’aumentare in maniera sproporzionata la paura per fini elettorali. Questo vale a tutti i livelli, anche il presidente degli Stati Uniti utilizza questa tecnica.

Una paura che si riverbera anche nel campo religioso.

Lei ha recentemente scritto sul tema dell’ “ecumenismo dell’odio” tra fondamentalisti evangelicali e ultracattolici statunitensi. Crede che in Italia si assista a fenomeni del genere?

Certamente c’è una dimensione “fondamentalista” anche all’interno del cattolicesimo. Ci sono delle forme di “intransigentismo” che sono estremamente minoritarie ma molto vocali, molto rumorose, anche perché ben finanziate.

Forse sono anche reazioni alla cosiddetta “rivoluzione” di papa Francesco. Ma è poi davvero così rivoluzionario?

Una volta gli chiesi se lui volesse fare la riforma della Chiesa e lui mi rispose: «No, io voglio sempre più mettere Cristo al centro della Chiesa». Lui vuole portare il messaggio del Vangelo che è rivoluzionario. Lui è di una trasparenza evangelica che colpisce tutti. A volte c’è una dinamica comunicativa che tende a definire troppo rapidamente le categorie e le discussioni. Quello che dice il Papa è sempre nella tradizione della dottrina della Chiesa. Ad esempio ricordo, per ciò che riguarda la dottrina sociale, il discorso che lui fece a Santa Cruz, in Bolivia. Una sala strapiena di gente con immagini di Che Guevara alle pareti. Io ricordo che il suo discorso fu interrotto dagli applausi 40 volte. Il testo però era pieno delle citazioni classiche della dottrina sociale della Chiesa, una sorta di “centone”, di riassunto con molti estratti delle opere dei suoi predecessori. È la dottrina della Chiesa che, se presentata nel modo giusto, è rivoluzionaria.

Questo modo di presentare la dottrina ha attirato molte critiche attorno al Papa, specie da parte dei movimenti populisti. Lui ne è cosciente?

Certamente lo sa ma non si lascia influenzare. Il Papa prende tutte le decisioni, comprese quelle di diplomazia internazionale, in cappella. Da buon gesuita, è uomo di discernimento: prega.

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