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Una storia di Natale, i valori giusti secondo Dickens

di Marco Testi 25/12/2017

“L’unico tempo che io conosca, nel lungo calendario dell’anno, in cui sembra che uomini e donne unanimemente aprano in libertà i loro cuori serrati, e guardino ai più poveri di loro come se davvero fossero compagni nel cammino che porta alla tomba, e non creature di un’altra razza destinate ad altri viaggi”.

Il nipote dell’avaro Scrooge trova il coraggio di rispondere allo zio ricchissimo che odia il Natale, e riesce addirittura a trovare le parole per esprimere lo spirito della Natività al di là di ogni retorica. Non è una questione di ricchi, ma di chi è più povero di noi: ognuno può aiutare qualcun altro, nei limiti delle sue possibilità. Questo è il senso, almeno uno dei sensi, di questa festa tanto vituperata dagli intellettuali raffinati e smaliziati, ma nello stesso tempo così amata da tanti secoli.

Charles Dickens ha il coraggio, in pieno realismo e alle porte del positivismo materialistico, di riaffermarne il valore, ignorando le smorfie di disgusto dei suoi amici colti, chic e modernisti, scrivendo “Un canto di Natale” (A Christmas Carol) a trentun anni, nel 1843, quando è già uno scrittore affermato, grazie al successo de “Il circolo Pickwick” e di “Oliver Twist”.

Questo è il merito fondamentale del grande scrittore che a 11 anni era stato costretto a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe a causa della incarcerazione per debiti del padre: un’esperienza che non dimenticherà mai e che tornerà per sempre nella sua opera, sotto le specie di bambini costretti a lavorare o a rubare per sopravvivere. Bambini che tornano anche in questo Canto: quelli che di sera fanno da ala alle carrozze dei signori illuminando con le torce la strada, quelli che spalano la neve, quelli che guardano affamati dalle finestre la preparazione dei manicaretti che allieteranno il Natale dei ricchi, quelli – e quelle – trasformati dalla fame e dagli stenti in criminali e prostitute.

Dickens afferma con questo libro fuorimoda, coraggioso e anticonformista, il diritto dell’uomo alla felicità interiore, che non dipende dalla materia e dai soldi, altrimenti i ricchi sarebbero felici, il che è stato messo in discussione da molti malevoli nel corso della storia. Il potere ce l’ha, ci dice il Canto, chi, come il bottegaio Fezziwig, ama la gente, gli amici, i suoi garzoni, e cerca di renderli felice, come è costretto a confessare l’avaro Scrooge tornato per un attimo giovane: “Ha il potere di farci felici o infelici; di rendere il nostro lavoro leggero o gravoso; un piacere o una fatica. Diciamo pure che il suo potere è fatto di parole e di sguardi, di cose talmente lievi e insignificanti, impossibili da contare e da sommare”.

Come accade più tardi nelle storie di Chesterton, tornano, direbbe Pascoli, i fanciulli che sembravano dormire in noi. Siamo fatti di sensazioni, scrivono questi grandi della letteratura, non solo di materia, e se c’è un momento dell’anno che fa uscire fuori queste stupende sensazioni, sembra dire Dickens, non è mica una colpa, anzi, è una cura.

Il Natale non ha solo radici, seppure assai modificate, in un evento lontano che ha cambiato il mondo, ma il potere di riscoprire valori abitualmente rimossi dalla necessità di affrontare i rischi del mondo e di proteggere la prole.

Benedetto sia questo momento, dice il creatore di Oliver Twist: lasciate che esso ci contagi e ci apra alla cura, non solo materiale, degli altri.

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