accedi | registrati | 14-12-2018

Meno aborti in Italia, ma sono sempre più «invisibili»

Interruzioni al minino da 40 anni, ma con il boom di EllaOne e Norlevo

di Viviana Daloiso 12/01/2018

A legislatura finita, mentre la campagna elettorale è ai nastri di partenza – e forse alcuni temi possono risultare scomodi –, è stata depositata in Parlamento senza troppi annunci la Relazione annuale del Ministero della Salute sulla legge 194 relativa all’anno 2016. Che traccia un quadro in chiaroscuro della situazione italiana, facendo emergere numeri e tendenze tutto fuorché trascurabili. A partire da quelli sulla tanto vituperata obiezione di coscienza: che resta stabile al 71% (era al 70,9 nel 2015) e che tuttavia nessun problema crea all’“offerta” di interruzioni di gravidanza, come dimostrano i dati per la prima volta quest’anno raccolti struttura per struttura. E se certo è una buona notizia che gli aborti siano ancora in calo (-3,1%), anche se meno marcato rispetto agli ultimi due anni e da ascrivere in buona parte al picco inaudito della denata-lità, indiscutibile è l’aumento notevole del ricorso alle pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Segno che della cosiddetta “contraccezione d’emergenza” – che nel caso una gravidanza si sia instaurata, quella gravidanza ha il potere di interrompere – bisognerà tenere sempre più conto in futuro per analizzare il tasso reale di abortività nel nostro Paese.

Meno aborti. Nel 2016 il numero di aborti riferito dalle regioni è stato pari a 84.926, con una diminuzione del 3,1% rispetto al 2015. Anno in cui la riduzione era stata sensibilmente maggiore (-9,3%). In ogni caso per il terzo anno di seguito il numero totale delle interruzioni volontarie di gravidanza è stato inferiore a 100mila, più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto in Italia. Di più: considerando solamente gli aborti effettuati da cittadine italiane, per la prima volta il valore scende al di sotto di 60mila (con un decremento percentuale del 74.7%). Stabili invece, e ancora altissime, le percentuali relative alle interruzioni di gravidanza delle donne straniere: sono un terzo di tutti gli aborti, e questo nonostante le immigrate siano molte meno di un terzo delle italiane. Seppur in leggera diminuzione, il loro tasso di abortività (15,7 per mille) resta quasi 3 volte più alto di quello delle donne italiane.

Obiettori e offerta del servizio.  Stabile, si diceva, è anche la percentuale dei medici obiettori di coscienza: 71 su cento. Questo rende impossibile abortire, in Italia? Nient’affatto. Mentre il numero di aborti è pari al 18% delle nascite (era il 20% nel 2014), il numero di punti dove è possibile abortire è pari all’82% del numero di punti nascita (era il 74% nel 2014), di molto superiore rispetto a quello che sarebbe se si rispettassero le proporzioni fra aborti e nascite. Quanto al carico di lavoro medio settimanale di aborti per ogni ginecologo non obiettore, anche in questo caso si confermano i dati del passato: considerando cioè 44 settimane lavorative in un anno, il numero di aborti per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, è stato mediamente di 1,6 nel 2016 (va ricordato che per un’interruzione di gravidanza si richiede un intervento della durata media di 20 minuti, fatta eccezione per gli aborti oltre le 12 settimane che rappresentano poco più del 5% del totale). Interessante notare che le criticità, quest’anno, per la prima volta sono state individuate dal Ministero. Che ha analizzato i carichi di lavoro struttura per struttura: risultato, su 356 strutture soltanto 5 hanno presentano valori di carico di lavoro per ginecologo non obiettore che si discostano molto dalla media regionale. È l’esempio di un ospedale siciliano, per esempio, dove si sono effettuati 18,4 aborti a settimana rispetto alla media regionale di 2,1: tornando al tempo richiesto per un intervento di questo tipo, si sta parlando di circa 6 ore di lavoro a settimana.

Le pillole «d’emergenza». La relazione rileva come l’andamento degli aborti in questi ultimi anni «potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina Aifa del 21 aprile 2015» che ha eliminato per le maggiorenni l’obbligo di prescrizione medica dell ’Ulipristal acetato, meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo ” (EllaOne). I dati continuano a mostrare, infatti, un incremento significativo nel numero di scatole vendute: dalle 145.101 del 2015 si passa alle 189.589 del 2016 (+44.488). Stesso discorso per la “pillola del giorno dopo”: tolto l’obbligo di prescrizione medica del Levonorgestrel (Norlevo), nel 2016 quest’ultimo ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento di quasi 53mila rispetto al dato del 2015 (161.888).

Da Avvenire del 12 gennaio 2018

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