accedi | registrati | 14-12-2018

Si può restare al Sud, ma a una condizione: scegliere la legalità

La riflessione del presidente dell'Istituto di formazione socio-politica 'Monsignor Antonio Lanza'

di Antonino Spadaro 25/01/2018

Quando – allora ragazzo (fucino e poi neo–laureato del Meic) – seguivo le lezioni, rigorosamente in greco, sul Vangelo di Giovanni tenute dal compianto don Domenico Farias, ricordo che una volta ci apostrofò con uno dei suoi soliti, affettuosi «farabutti, fatevi le tre domande essenziali». Quali erano? Un giovane che si affacciava alla vita lavorativa – secondo lui – essenzialmente doveva chiedersi: con chi, cosa e dove. “Con chi”, ossia da soli o con un compagno/a (e qui entrava in gioco la questione vocazionale); “cosa”, ossia quale attività/lavoro (e qui entrava in gioco la questione professionale); “dove”, ossia in quale luogo della terra offrire il proprio impegno di servizio (e qui entrava in gioco la questione meridionale). Credo che questi tre interrogativi, posti più di trent’anni anni fa, siano ancor oggi pienamente attuali per un giovane calabrese. Com’è ovvio, non sempre si è in grado di “scegliere” del tutto liberamente cosa e dove e persino con chi (almeno da soli). In ogni caso, porsi seriamente le tre domande, e cercare di darsi risposte ragionevoli, è tuttora indispensabile. Per molti di noi, all’epoca, nemmeno esisteva il dubbio sul “dove”, ossia sulla scelta del Sud. Naturalmente non era in discussione l’opportunità, anzi la necessità, di una seria, anche lunga, formazione “esterna”, in Italia ed all’estero (per altro, allora in Calabria c’era solo l’Università di Cosenza), ma solo dove poi vivere e scegliere di stabilirsi. E su questo punto, lavoro permettendo, non avevamo dubbi: in Calabria o comunque al Sud. Attenzione: non si trattava di un’opzione caratterizzata da esaltazione campanilistica per la terra natia o da illusioni mitico–nostalgiche su un Sud paradisiaco inesistente, ma – esattamente al contrario – di una scelta che richiedeva un certo coraggio, nella consapevolezza degli svantaggi di vivere in aree, per quanto al centro del Mediterraneo, fortemente marginali, spesso arretrate se non degradate. Dunque, per molti versi si trattava, anche in prospettiva ecclesiale, di una scelta “missionaria”, di persone pronte a seminare senza alcuna certezza di raccogliere.

Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti: il processo di globalizzazione ha reso il mondo ancora più piccolo e, nel frattempo, in Italia è sorta una ben diversa “questione settentrionale”, che in qualche momento ha rasentato il rischio di secessionismo, al punto che la revisione costituzionale del 2001 ha rafforzato i poteri delle Regioni, proprio per i rischi secessionisti prima accennati. Infine, di “questione meridionale” non parla quasi più nessuno.

Segnalo solo due aspetti: uno negativo e uno positivo. Il dato negativo: pur essendo diffusa su tutto il territorio nazionale e all’estero, la criminalità organizzata, senza dimenticare la Puglia, ha ancora i suoi “santuari” in Campania (camorra), Calabria (‘ndrangheta) e Sicilia (mafia).

Proprio in quest’ultime tre Regioni è soffocato il libero mercato e, con esso, la stessa piena libertà politica: non a caso, sono rimaste aree economicamente difficili se non, in qualche caso, depresse. Il dato positivo: lo “scarto” (per reddito pro capite, servizi sociali, occupazione, ecc.) tuttora esistente fra Regioni del Nord e del Sud, in realtà è relativo. Il Sud, come in fondo tutta l’Italia (e, a ben vedere, l’intera Unione Europea), è – per usare una felice formula di Pasquale Saraceno – “a macchia di leopardo”: non mancano segni di ripresa e spesso coesistono a distanza di pochi chilometri grande efficienza e totale disorganizzazione, autentico spirito cooperativo e spietato individualismo, ecc. Del resto, è quel che vediamo quotidianamente in tutt’Italia (nello stesso nosocomio, un reparto funziona a meraviglia, un altro no; nella stessa Università un Dipartimento è ottimo, un altro no: vedi ora il caso di Giurisprudenza a Reggio, riconosciuta d’eccellenza nazionale). Non nego quindi che possa dirsi, per esempio, che mediamente i servizi sociali siano migliori in Trentino che in Puglia, ma non sempre è così e le “eccezioni alle regole”, nel male e nel bene, sono numerosissime.

In questo quadro così complicato, dunque, si può ancora “scegliere” di restare o ritornare al Sud, ma a due condizioni: “cercare” di stare dalla parte delle eccellenze e della legalità. Difficile, certo, ma non impossibile.

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