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Il presidente della Corte d’Appello spiega la scelta di «sdoppiare» la celebrazione d’apertura

Anno Giudiziario, Gerardis: «C'è una Reggio che sta cambiando»

di Federico Minniti 28/01/2018

Si sono appena concluse le attività per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Reggio Calabria come nel resto del Paese. Un evento che ha coinvolto i cittadini in un doppio appuntamento. Il primo, venerdì 26 gennaio, a cui sono state invitate le realtà associative territoriali e a cui hanno partecipato, in qualità di facilitatori del dibattito, gli scrittori calabresi Gioacchino Criaco, Mimmo Gangeri e Tiziana Calabrò. Il secondo, sabato 27 gennaio, ha registrato le presenze istituzionali, tra gli altri, anche del ministro dell’Interno, Marco Minniti, e del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. Ne abbiamo discusso con Luciano Gerardis, presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria.

Inaugurazione dell’Anno Giudiziario all’insegna della partecipazione. Perché questa scelta?

La giustizia è un fatto che riguarda tutti e che, quindi, tutti debbano poter interloquire su questa tematica. I magistrati sono solo strumenti dell’applicazione della giustizia, mentre essa è un principio, un valore, che riguarda la collettività. Da tempo stiamo lavorando a un raccordo tra la magistratura e la società civile. Lo abbiamo fatto, ad esempio, da sei anni col progetto Civitas e proseguiremo a farlo. L’occasione della cerimonia dell’Anno Giudiziario, che usualmente coinvolge solo i rappresentanti istituzionali e pochi addetti ai lavori, doveva necessariamente cambiare “forma”: è stata un’occasione utile per fare un bilancio di quanto fatto sinora, ma anche un’opportunità proficua per dibattere sulle tematiche afferenti alla giustizia. Per farlo ci è voluto il coinvolgimento e la presenza di tutti: degli operatori del diritto e della società civile nelle sue più variegate espressioni.

Tra le quali, in particolare, grande spazio è stato dato alla classe intellettuale reggina.

Questa città ha delle negatività enormi ed è innegabile. Ma, al contempo, ha delle positività assolute. Credo che il ruolo della cultura reggina debba essere quello di mettersi al servizio del territorio. Quanto accaduto venerdì è stato anche un invito a tutti gli intellettuali per compattarsi, confrontarsi e incontrarsi e fare pesare la loro presenza perché una cultura che sia fine a sé stessa, purtroppo, è sterile.

Eppure, per decenni, c’è stata la corsa a definire Reggio Calabria come una capitale del malaffare, affascinata dalla cultura ‘ndranghetista.

A Reggio c’è un sommerso positivo, che però opera in modo completamente slegato l’un dall’altro, e poi c’è una ‘ndrangheta unitaria che travolge l’immagine del territorio. Lo scopo che ci siamo prefissi è quello di portare ad emersione le positività e, possibilmente, di farle cooperare. Siamo ancora alle avanguardie: per questo la gente non riesce a «mettersi la maglietta» della giustizia, però, sbaglieremmo se non stessimo attenti al cambiamento che è in atto. Sono convinto che migliorerà il livello di civiltà nel momento in cui tutti si sentiranno parte integrante dello Stato.

Quindi, dal suo punto di vista, la Città non è inerme e immobile dinnanzi alle inchieste e alle condanne contro la ‘ndrangheta?

Siamo partiti da una Città profondamente diffidente nei confronti del potere pubblico; rispetto alla magistratura – poi – ha sempre avuto un distacco dovuto al timore che la stessa potesse farle male. Abbiamo voluto aprire il Palazzo di Giustizia, renderlo trasparente nelle sue scelte e trasmettere, a tutti, il nostro profondo spirito di servizio. Devo ammettere che, negli ultimi dieci anni, sta cambiando l’atteggiamento della società civile; questo è avvenuto, soprattutto, in virtù della credibilità acquisita dalla magistratura con la propria azione giurisdizionale. Oggi, a mio avviso, ha un diverso approccio: la diffidenza si è trasformata in attenzione. Allo stesso modo devo sottolineare come manchi ancora uno «scendere in campo» da parte del cittadino a favore dello Stato. Stiamo procedendo un passo alla volta: certamente bisogna avere pazienza, ma anche voltarsi indietro e vedere da dove siamo partiti. Ovviamente l’apertura al dialogo che stiamo intraprendendo, sta diventando un modus operandi di tutte le Istituzioni e corpi dello Stato: le idee positive si estendono e questo è senz’altro una buona notizia.

Anche se non mancano i casi di diritti negati sul territorio. Quale interlocuzione è in atto, ad oggi, con la politica per ricalibrare il concetto di giustizia sociale?

Abbiamo sempre avuto rapporti di confronto con tutti gli Enti territoriali ed è importante che tutti facciano la propria parte. Noi possiamo fare la nostra, ad esempio, sono tanti gli eventi organizzati ad Arghillà per ribadire la presenza dello Stato anche nei territori più difficili.

In questo anche la Chiesa diocesana sta provando a dare manforte al cambiamento culturale di cui lei faceva menzione.

Apprezzo enormemente gli sforzi che la Chiesa sta facendo, a partire dalle parole del Santo Padre, per un cambiamento profondo rispetto agli atteggiamenti derivanti dall’omertà e dalla connivenza con la criminalità organizzata. Queste scelte si sono tradotte sul nostro territorio nella reale scomunica dei mafiosa in un atteggiamento ecclesiale profondamente attivo.

C’è una spada di Damocle sulla giustizia: la tempistica. Come provare a risolvere questa problematica?

La durata dei processi è eccessiva. C’è un problema di risorse umane: l’emergenza assoluta, che è la ‘ndrangheta, richiama l’azione della maggior parte degli operatori. Ovviamente questo rappresenta un rischio perché ciò che viene messo in secondo piano, in realtà, è un fattore fondamentale per una società, ossia affermare i diritti dei cittadini. Non possiamo assolutamente trascurare questo aspetto seppur c’è la consapevolezza generale che la priorità è la sconfitta della criminalità organizzata. Tutto questo si protrae da decenni e, inevitabilmente, si paga nel tempo. Stiamo riducendo le pendenze e anche i tempi della ridefinizione che, però, permangono troppo lunghi. Tutto deve camminare sulle gambe degli uomini e sui mezzi che hanno a disposizione, quindi – senza dare l’illusione che dall’oggi al domani le cose possano magicamente cambiare – posso affermare che stiamo riducendo l’arretrato.

* Foto di Marco Costantino

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