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Giornata per la vita: vincere la cultura della tristezza

di Mauro Cozzoli 31/01/2018

Rispettare, custodire, valorizzare, promuovere la vita in ogni individuo dal volto umano – in ogni fase e condizione del suo essere al mondo – è il compito che il Vangelo avvalora e consegna a ciascuno. Compito che non scaturisce da un “tu devi”, subito come un comando. Ma da un “tu vali”, percepito come una fedeltà. Fedeltà alla vita, in ogni individuo umano. A prescindere dalle appartenenze e dalle provenienze. In ragione della dignità e del valore, lo stesso in me e in lui. Con attenzione privilegiata a condizioni di piccolezza, di fragilità, di emarginazione, di sofferenza, di smarrimento

“Il Vangelo della vita, gioia per il mondo” è il tema della 40ª Giornata nazionale per la vita, che la Chiesa italiana celebra il 4 febbraio. Esso coniuga insieme tre temi cardine dell’annuncio e della spiritualità cristiana: Vangelo, vita e gioia. Il Vangelo è il principio fontale e fondante dell’essere, del pensare e dell’operare cristiano. Cui il cristiano attinge il senso, il valore e il destino della vita, che costituisce il bene primo ed essenziale dell’umana esistenza. Il che è particolarmente significativo in una socio-cultura oggi che perde ragioni di logos, di axios e di telos, di significato cioè, di merito e di fine. Per cui non riesce a cogliere la dignità propria della vita umana, la sua differenza, e con esse l’indisponibilità e l’inviolabilità che derivano dalla sua natura di soggetto e non di oggetto, dal suo valore di fine e mai di mezzo. Perdite che portano a pratiche di abbandono, di soppressione e di scarto di vite considerate prive di qualità e non degne di essere vissute.

Il bene della vita è al centro del Vangelo.

Il suo valore, la sua tutela, la sua redenzione, il suo compimento è la ragion d’essere della missione di Gesù, il Buon Pastore: “Io sono venuto – dice con riferimento allegorico alle pecore – perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Dire la vita è dire la persona, ciascuno di noi, che con la vita s’identifica. Io non ho una vita. Io sono la mia vita. Così che rispettare, custodire, valorizzare, promuovere la vita in ogni individuo dal volto umano – in ogni fase e condizione del suo essere al mondo – è il compito che il Vangelo avvalora e consegna a ciascuno. Compito che non scaturisce da un “tu devi”, subito come un comando. Ma da un “tu vali”, percepito come una fedeltà. Fedeltà alla vita, in ogni individuo umano. A prescindere dalle appartenenze e dalle provenienze. In ragione della dignità e del valore, lo stesso in me e in lui. Con attenzione privilegiata a condizioni di piccolezza, di fragilità, di emarginazione, di sofferenza, di smarrimento.

Fedeltà di accoglienza, di gratuità, di generosità, in una parola, di amore – scandisce il Messaggio. Con cui contrastare “una cultura chiusa all’incontro”, i cui “segni” si fanno evidenti oggi “nella ricerca esasperata di interessi personali o di parte, nelle aggressioni contro le donne, nell’indifferenza verso i poveri e i migranti, nelle violenze contro la vita dei bambini sin dal concepimento e degli anziani segnati da un’estrema fragilità”.

Annunciare, per la via dell’amore, il “Vangelo della vita” è “vincere la cultura della tristezza e dell’individualismo che mina le basi di ogni relazione”. È più che aiutare, accogliere, sovvenire, incoraggiare, curare. È effondere e far sentire a ciascuno “la gioia del Vangelo”. Perché il Vangelo è gioia. Vangelo – eu-aggelion – è la lieta notizia del pro nobis di Dio, della vita di Dio che in Gesù – come attesta Giovanni – “si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di essa rendiamo testimonianza” (1Gv 1,2). Ce lo sta a dire con il suo magistero e il suo stile di vita Papa Francesco, maestro e testimone dell’Evangelii gaudium e dell’Amoris laetitia.

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