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Cinquant’anni fa monsignor Ferro erigeva la comunità dedicata a San Francesco d'Assisi

Padre Comito: «Giovani e nuove povertà le vere sfide»

di Luigi Iacopino 04/02/2018

La parrocchia di san Francesco d’Assisi in Reggio Calabria festeggia il cinquantenario della sua nascita. Abbiamo incontrato il parroco, padre Pasquale Comito, chiedendogli di raccontarci la vita parrocchiale. Il giovane francescano ha L sottolineato come «i due pilastri della nostra azione pastorale sono l’attenzione ai giovani e il sostegno alla povertà non solo materiale ma anche umana e relazionale». Quali sono i problemi più importanti che hai affrontato nel corso del tuo servizio? Sono legati all’appartenenza. La parrocchia di san Francesco si è evoluta nel tempo. Prima c’erano solo giardini, quindi le abitazioni si sviluppavano lungo via Sbarre centrali e i residenti “storici” si sentono parte di questa comunità. Con la costruzione delle nuove cooperative tante nuove famiglie abitano in questo territorio, ma preferiscono recarsi presso le loro parrocchie di origine. Nonostante portino i bambini al catechismo, la parrocchia è legata a coloro che vi operano, mentre le famiglie sono sempre di passaggio. Ci sono, però, diversi nuclei familiari attivi in parrocchia tanto che abbiamo ricostituito il gruppo famiglie come risposta pastorale alla loro esigenza di vivere nella comunità. Che significa essere francescani oggi in una società materialista e consumistica? Essere francescano vuol dire avere l’audacia di affermare che il Vangelo di Gesù Cristo è ancora credibile e possibile. Francesco d’Assisi non ha fatto altro che annunciare il Vangelo con la propria vita, vivendolo direttamente. È vero che le persone ci osservano per vedere se portiamo i sandali o con quale macchina ci spostiamo, ma io credo che la migliore testimonianza del nostro carisma non sia tanto legata alla povertà, quanto alla fraternità e alla minorità, ovvero al volersi bene e al perdonare, all’umiltà e alla cura reciproca. E credo che su questo dobbiamo puntare oggi. Eventi come un cinquantenario possono favorire il riavvicinamento dei giovani? Questa è una grande sfida e credo che la Chiesa dovrebbe cercare di risvegliare quanto di bello e di vero si portano i giovani riscoprendo la capacità narrativa nell’annuncio del Vangelo. Molte volte lo smartphone, cosi come i social, non sono altro che una finestra per dire “guarda che esisto pure io, ci sono, guardami”. E quindi si cerca sempre di mettersi in mostra, magari spesso non per ciò che si è veramente ma per ciò che si vorrebbe essere. La nostra sfida è cercare di intercettare questi ragazzi e di esprimere quello che non riescono più a dire. I nuovi mezzi di comunicazione possono rappresentare una modalità per interfacciarsi con loro. Ricordando il passo dei discepoli di Emmaus, potremmo dire che Gesù cammina con noi anche lungo le vie telematiche. Secondo te qual è la paura più grande dei giovani? Oggi si è molto più soli. E questa è una contraddizione perché, nonostante le nuove tecnologie abbiano facilitato le comunicazioni, annullando le distanze, si è molto più soli. Leggevo che la paura più grande dei nostri adolescenti è proprio la paura di rimanere soli. E questa paura, induce a chiudersi in se stessi piuttosto che a cercare una vera relazione fatta di umanità, mancando l’incontro con l’altro e con il mondo.

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