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Incontro alla sala Calipari del Consiglio Regionale della Calabria con gli studenti

Giornata per la Vita, don Gatto: «Dio si prende cura di noi»

di Luigi Iacopino 02/02/2018

Una sala Calipari gremita ha ospitato, ieri mattina presso il Consiglio regionale della Calabria, l’incontro in occasione della quarantesima giornata per la Vita, promossa dalla CEI e organizzata dall’Ufficio Diocesano per la Pastorale Familiare in collaborazione con l’Ufficio Diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica e il consultorio diocesano “Pasquale Raffa” di Reggio Calabria. Dopo l’introduzione della docente Maria Giovanna Monaca, che ha invitato i ragazzi presenti a essere protagonisti di questo momento di confronto, l'evento è stato moderato da Luisa Lombardo, giornalista del Consiglio regionale. Il punto di partenza non poteva che essere la centralità della dignità della persona umana e della vita, con particolare attenzione alla questione del fine vita che richiede un «approccio delicato e prudente, basato sul discernimento secondo scienza e coscienza». Il messaggio emerso dall’intervento dei relatori è la presa di consapevolezza di come sia proprio la sofferenza a determinare la scelta di interrompere la vita.

Secondo Nancy Rizzi, psicoterapeuta presso il consultorio “Pasquale Raffa della diocesi e specialista in bioetica, è proprio la sofferenza che può indurci a perdere quel senso della via alla cui ricerca è, invece, costantemente orientata la nostra esistenza. In quest’ottica emerge, quindi, l’idea che una vita di qualità sia solo quella vissuta bene, massimizzando il piacere e il benessere ed eliminando il dolore, tanto che la qualificazione dello status di persona dipenderebbe dalla capacità di essere autocoscienti e razionali, eliminando quella specificità esistenziale che ci suggerisce che «il progetto di vita» non va sprecato ma «difeso con tutte le nostra forze» perché irripetibile. Diventa necessario, pertanto, promuovere una bioetica della cura della persona, soprattutto qualora la persona non sia in grado di esprimere consenso nella difesa della propria vita.

Prospettiva condivisa da Francesca Siclari, anestesista rianimatore presso gli Ospedali Riuniti, che ha parlato della sofferenza in rianimazione e terapia intensiva di fronte al dolore di soggetti che hanno bisogno di essere monitorati e supportati da macchinari e dall’assistenza delle famiglie e di personale qualificato. L’intervento, che si è concentrato sul testamento biologico ha posto l’accento su aspetti importanti come la registrazione delle Dat e il consenso informato, l’obiezione di coscienza e la condizione dei minori incapaci. Non meno importanti, dal punto di vista medico, le questioni inerenti chi e come dovrà stabilire quando staccare la spina, dove finisce una cura e inizia l’accanimento terapeutico, qual è il futuro delle cure palliative e gli orizzonti del progresso scientifico.

Sollecitato da una domanda, Attilio Gorassini, ordinario di Diritto Civile presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha, infine, evidenziato come non sia la volontà di morire ma la paura stessa di vivere che può portare un soggetto a chiedere l’interruzione della propria vita a causa di un eccesso di sofferenza. Sul limite alla sofferenza entra quindi in gioco la disciplina delle Dat e il problema connesso al consenso informato che, secondo il docente, «è dato da una deviazione dell’utilizzazione della tutela sanitaria pubblica». La questione del consenso informato del medico, ha continuato, nasce dall’evitare una responsabilità del medico.

Dall’incontro è emersa inoltre l’incidenza della sfera economica sia sul piano delle cure individuali che su quello del peso sul sistema sanitario.

Le conclusioni sono state affidate a don Simone Gatto, direttore dell’Ufficio Famiglia diocesano, che parlando della vita che vince la morte, ha sottolineato «la bellezza di un Dio che si prende cura di tutti noi», un amore dimostrato dal fatto che «se noi parliamo di sofferenza, di debolezza e di morte, Gesù Cristo le ha assunte tutte e tre, non le ha ricusate». Ha riflettuto, quindi, sul fatto che nessuno può dire quale sia la vita che vale più delle altre «solo dal posto che occupa», propendo di interrogarsi non sul costo della vita quanto piuttosto sulla vita a ogni costo.

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