accedi | registrati | 19-7-2018

Dopo trent’anni passati uno accanto all’altro Giancarlo e Maria Giovanna rivivono le emozioni del primo incontro che ha aperto la strada alla «complicità»

Tempo del fidanzamento: passare dall’«io» al «noi»

di Mariagiovanna Monaca e Giancarlo Benedetto 14/02/2018

Che senso ha trascorrere tante ore a parlare, in piedi davanti ad un portone, tentando e ritentando di esprimere sentimenti e pensieri, dubbi e convinzioni? Che senso ha fermarsi a contemplare il mare, seduti con i piedi penzoloni lungo la via Marina sognando un domani ricco di incertezze e di progetti? Che senso ha ascoltare la Parola di Gesù, rimanere vicini in silenzio e confrontarsi poi su ciò che essa suggerisce al cuore ed alla mente? Dopo ventiquattro anni di matrimonio, preceduti da dieci di fidanzamento, l’invito a fermarci a ripensare, oggi, a quei giorni così lontani ci è suonato un po’ strano: come il prendere coscienza che quei giorni, così lontani nel tempo e nella vita, li ricordiamo bene, istante per istante, ma che senso hanno ancora? Il tempo del fidanzamento. Per arginare il turbinio di emozioni, iniziamo cercando sul dizionario e troviamo: «Fidanzamento: stato che segue alla reciproca promessa di matrimonio, e quindi anche il periodo di tempo che intercorre tra questa e le nozze».

Bene. Se prima ripensarci ci sembrava un po’ strano, ora siamo anche confusi. Non perché la definizione del dizionario non sia chiara, no, quella è cristallina. Il fatto è che il “nostro” fidanzamento è stato un tempo diverso. «Reciproca promessa di matrimonio» no, no: il nostro “anno zero”, l’istante in cui la nostra storia, il “tempo nostro” ha avuto inizio è stato quando ci siamo accorti, con infinita meraviglia ed un pizzico di ritrosia, di sentirci a disagio senza la presenza dell’altro. Come quando si esce di casa con quella strana sensazione di aver dimenticato qualcosa, o quando si va a scuola col magone per non aver fatto i compiti. Insomma, un po’ fuori posto, quando “lui/lei” non c’è accanto. Il primo effetto, quindi, è stato cercarci. E già questo ti cambia la vita. Non pensi più alla tua giornata, alle cose che devi fare, a quelle che vorresti fare. Ti scopri a pensare alla “nostra” giornata, a quali momenti di quella giornata potremo trascorrere insieme, quali cose potremo fare insieme, fra tutte quelle che riempiranno la giornata. Perché tutto il resto – ci scopriamo a pensare – è tempo che intercorre fra quei momenti importanti.

Ecco, il pensare che la vita “piena” sia quella vissuta insieme, uno accanto all’altra, è nato in quel momento, nel nostro ”anno zero”. Ed è quello che trentaquattro anni dopo rende le nostre vite un’unica storia. Il nostro fidanzamento (nonostante la definizione del dizionario) nasce lì, anche se la reciproca promessa di matrimonio non faceva ancora parte della nostra prospettiva. E così è cominciata. Lo sforzo per riconoscerlo con se stessi, il coraggio di dirlo all’altro, la beatitudine di scoprirsi nello stesso “sì”, timido, dubbioso, ma felice. I giorni, gli anni che hanno seguito quel momento, quelli che sono diventati “il nostro tempo del fidanzamento”, sono trascorsi nello scoprire se stessi e l’altro, nello scoprire le proprie carte ed imparare a giocare sempre a carte scoperte, in coppia. Cercare di capire, insomma, se sul terreno dei nostri “io” era possibile costruire un “noi” solido, se la nostra casa avrebbe avuto un terreno solido su cui essere costruita, gettare le fondamenta di scelte condivise: l’apertura all’accoglienza della vita, il denaro come mezzo e non come fine, la necessità di non chiudersi nel nostro star bene insieme, il desiderio di aprirsi a Gesù come presenza quotidiana. A guardarlo oggi, quel tempo non ci sembra, a dirla tutta, nemmeno un tempo “prima”, il tempo che ha preceduto il nostro matrimonio. È l’inizio della nostra storia insieme, è parte di ciò che viviamo oggi. Allora, dopo tanti anni, al di là di ogni luogo comune e di ogni sdolcinata romanticheria, voltarsi indietro e guardare i giorni del nostro fidanzamento ci spinge ad intonare con tutti noi stessi il nostro rendimento di grazie. Grazie perché quei giorni ci hanno permesso di vivere la pazienza come dono, come condizione dell’amore che rispetta i tempi di ognuno, che accetta il fatto che ognuno di noi non può essere autonomo, ma vuole essere attento a cogliere il kairòs per l’altro, il tempo favorevole per la realizzazione del progetto di Dio su ciascuno. Grazie perché ci hanno permesso di scoprire il confronto come risorsa, una risorsa fragile ma potente, che come un germoglio ha bisogno di essere curata ed innaffiata dalla sincerità dei pensieri e dalla profondità dell’affetto, dalla fedeltà al nostro volerci bene e dalla bellezza del fare un passo indietro quando l’altro si trova in affanno. Grazie perché ci hanno permesso di sperimentare la preghiera come luogo della comunione più profonda, come luogo dell’intuizione del valore trinitario della vita di coppia, come luogo della scelta del servizio che ci permette di aprirci agli altri.

* direttori Ufficio diocesano per la famiglia

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