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Il patto di ferro per le Chinatown: accertati dal 2009 accordi tra calabresi e orientali. Toscana, piazza chiave

Da Gioia Tauro al Mugello: la «via della seta» delle cosche

di Nello Scavo 20/02/2018

Wanli Lyn e il marito Rong Rong Dai avevano incontrato gli emissari della ‘ndrangheta nel loro negozietto di oggettistica cinese in piazza Vittorio, in quella Roma “città aperta” che all’Esquilino sperimenta il domani dell’integrazione. Mafie comprese.

I calabresi avevano portavano in dote il porto di Gioia Tauro. I cinesi ripagavano con la più capillare rete commerciale del mondo. Era il 2009 quando la Direzione investigativa antimafia scopriva la “via della seta” degli ‘ndranghetisti. Da allora le rotte del malaffare tra l’Aspromonte e le Chinatown dei cinque continenti si sono moltiplicate. La Toscana non fa eccezione.

Nella regione con il più alto tasso di comunità orientali, la ‘ndrangheta non ha avuto bisogno di in- sediarsi stabilmente. Basta avere obiettivi in comune. E passare all’incasso. «In Toscana non si rilevano insediamenti strutturati di natura ‘ndranghetista, sebbene si continuino a registrare presenze di soggetti collegati alle cosche crotonesi, reggine e della provincia di Cosenza», si legge nell’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. «Le attività illecite riconducibili alle predette organizzazioni non forniscono un quadro definito delle aree coinvolte – viene precisato –, presentandosi in maniera non omogenea sul territorio, con differenti tipologie di interessi che spaziano dal traffico di stupefacenti allo sfruttamento di manodopera irregolare, dagli appalti pubblici agli investimenti immobiliari e commerciali, con particolare attenzione al settore del turismo».

I clan calabresi, però, hanno bisogno di consenso per poter prosperare. E, a suo modo, di una educazione ’ndranghetista. La strategia espansionistica delle cosche passa attraverso quella che l’Antimafia chiama «esportazione dei comportamenti mafiosi», specialmente a danno degli enti pubblici, «in grado di cioé scardinare gli apparati burocratici di altre regioni». L’infiltrazione negli uffici pubblici è uno sporto che i ragazzi arrivati dal Sud praticano con un certo successo, a giudicare dai Comuni sciolti per mafia anche in Piemonte, Liguria, Lombardia, Lazio e Emilia Romagna.

In Toscana i padrini ci vanno piano coi colletti bianchi. È la nuova strategia imposta dall’organizzazione, di cui sono stati avvistati «personaggi facenti parte di una cupola mafiosa dalle spiccate connotazioni affaristiche, imprenditoriali ed istituzionali, in grado di proiettare gli effetti delle proprie decisioni su tutto il Paese».

Intanto da Gioia Tauro passa la gran parte delle merci cinesi dirette verso l’Italia e buona parte dell’Europa. via d’ingresso per la merce contraffatta proveniente dall’oriente e destinata al mercato nazionale ed europeo.

Un business nuovo quello che le cosche della ’ndrangheta della Piana avevano avviato con la collaborazione dei cinesi già dieci anni addietro e che, in questo decennio, dall’Arno ai moli di Gioia Tauro non ha conosciuto momenti di rottura.

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