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Il coordinatore per Caritas Internationalis dei rapporti con le Chiese locali nel Medio Oriente ha incontrato don Pangallo

Caritas reggina in Libano: la testimonianza di Davide Bernocchi

di Redazione Web 22/02/2018

Da Beirut - La guerra siriana ha destabilizzato il fragile equilibrio su cui il Libano si era rialzato dopo 20 anni di guerra civile, andando a rimescolare le carte sia sul fronte interno (relazioni tra le diverse confessioni politico-religiose) sia sul fronte internazionale (relazione con le potenze regionali), al punto che molti osservatori vedono sempre più vicina la possibilità di una nuova guerra tra Israele e Libano, come campo di battaglia nell’enterno conflitto tra Iran e Israele.

L’enorme massa di profughi siriani che si è riversata nel Paese del Cedri è stato il primo elemento di destabilizzazione. Così come fu in passato con i profughi palestinesi, l’incremento della popolazione che si è vissuto a partire dalla seconda metà del 2011 a causa dell’ingresso dei profughi siriani ha aumentato notevolmente la tensione sociale e politica. Dal punto di vista sociale, la popolazione Libanese ha visto l’economia del proprio paese sconvolta dalla presenza dei siriani: i prezzi dei beni primari (casa, cibo, acqua, combustibili…) sono saliti alle stelle, a causa dell’aumento della domanda e della scarsità dell’offerta. Inoltre il mercato del lavoro è stato sconvolto dall’afflusso di una nuova manovalanza a buon mercato, che pur di sopravvivere fuori dal proprio paese si è vista costretta ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, ad un salario molto inferiore alla media e in condizioni di illegalità, con un costo finale quindi ancora minore per i datori di lavoro, che sempre più frequentemente hanno così preferito i lavoratori siriani. Le conseguenze di questi due fattori sono state ovviamente drammatiche per quella ampia fascia della popolazione libanese che già viveva condizioni di ristrettezza. Ma le conseguenze sociali di questa situazione si sono estese ben presto a tutte le classi sociali del paese, che hanno visto un peggioramento nella qualità della vita quotidiana: dall’aumento del degrado urbano e rurale all’aumento del traffico e dell’inquinamento atmosferico. Dal punto di vista “politico” i profughi siriani hanno alterato gli equilibri confessionali del paese, andando ad aumentare in modo rilevante la percentuale di popolazione mussulmana sunnita presente nel paese. Anche se ai profughi siriani non è stato concesso alcun diritto politico o di cittadinanza, il timore che questo in futuro possa avvenire ha sicuramente contribuito ad aumentare la tensione politica ed il malcontento tra i tre principali gruppi confessionali del paese.

Ma le conseguenze forse più gravi del conflitto siriano sono dovute al ruolo che le milizie sciite di Hezbollah hanno giocato sul campo di battaglia, sostenendo il governo di Assad contro i ribelli e le milizie terroristiche. Grazie al sostegno militare dell’Iran, che ha fornito armamenti, logistica, formazione e supporto strategico, le milizie di Hezbollah hanno acquistato un ruolo sempre più determinante nel conflitto siriano, contribuendo a quella che sembra ormai la vittoria di Assad contro i suoi oppositori. Questo successo, che è in realtà il successo dell’Iran, ha notevolmente complicato i rapporti con le due potenze della regione, da sempre nemici giurati di Hezbollah e dell’Iran stesso: Israele e l’Arabia Saudita. Ma ha anche aumentato la tensione politica interna, soprattutto tra i due gruppi mussulmani: sciiti e sunniti. Israele e l’Arabia saudita, per ragioni diverse, sono sempre più preoccupate per l’aumento di potere politico e militare sia dell’Iran sia di Hezbollah, guadagnato proprio grazie al successo nella guerra siriana. Così come successo prima della guerra civile del ’73, le potenze regionali sembra stiano gettando benzina sul fuoco delle tensioni interne al Libano, per trovare una scusa per poter destabilizzare il paese e ridimensionare così il potere di Hezbollah e l’influenza iraniana. L’Arabia Saudita ha cercato di destabilizzare la politica interna, spingendo il premier Hariri alle dimissioni (poi ritirate). Israele sta invece sensibilmente aumentando la pressione militare, spaventanta dalla potenza di Hezbollah, che grazie all’esperienza acquisita in Siria dispone ore di uomini e mezzi per poter colpire duramente la popolazione Israeliana (anche se ufficialmente i leader di Hezbollah hanno sempre negato qualsiasi intenzione bellica nei confronti di Israele). Se dovesse verificarsi una nuova guerra tra Israele e Libano, le conseguenze potrebbero essere devastanti, molto più gravi di quelle del 2006. L’accresciuta potenza bellica di Hezbollah potrebbe portare gravissime perdite sul fronte israeliano, sia tra i militari sia tra la popolazione civile, fattore questo che spingerebbe Israele, senza dubbio più forte, ad un attacco decisamente più incisivo e distruttivo rispetto al 2006. Paradossalmente, proprio questo elemento drammatico potrebbe essere, a detta di molti osservatori, il fattore che renda improbabile una vera escalation militare che avrebbe terribili conseguenze per tutti.

 

Gli ultimi dati diffusi dall’Unhcr parlano di una vera e propria crisi umanitaria che sta interessando tutto il paese medio orientale, sin dai primi mesi dallo scoppio della guerra siriana. I profughi siriani presenti ufficialmente nel Paese dei Cedri sono 995.512, a cui si aggiungono circa un altro milione di profughi tra Palestinesi ed Irakeni: un terzo dei residenti nel paese sono dunque profughi.

E’ una situazione “al limite” nella quale mancano case, acqua e lavoro. Nonostante il governo finora abbia mantenuto il controllo della situazione, è evidente che il Libano fatica a dare risposte a tutti, soprattutto se i flussi dalla vicina Siria e dall’Iraq continueranno anche nei prossimi mesi.

Il Paese vive una condizione di vero e proprio sovraffollamento che provoca, tra le altre cose, gravi problemi ambientali, in particolare per lo smaltimento dei rifiuti, problema cronico nel Libano del dopo guerra; inoltre la diffusa ricerca di lavoro da parte dei rifugiati ha fatto saltare il già precario equilibrio del mercato del lavoro interno.

Anche le scuole e gli ospedali sono vicini al collasso e la diretta conseguenza di ciò è l’esclusione dei rifugiati dall’accesso a quelli che sono diritti fondamentali. Nonostante gli sforzi messi in campo, il governo non riesce a tenere il passo con la crescita dei profughi che giungono soprattutto dal confine siriano. I prezzi dell’acqua e degli affitti si sono alzati in maniera esponenziale. Il governo Libanese non ha autorizzato la creazione di campi profughi, per paura che si ripeta la cronicizzazione verificatasi con i campi palestinesi, che sono ormai di fatto delle enclave autonome dove le autorità faticano persino ad entrare. La stragrande maggioranza dei rifugiati vive quindi in accampamenti spontanei o, soprattutto, nei villaggi e nelle città, in particolare, la maggior parte dei rifugiati siriani si è stabilita nei governatorati orientali della valle della Bekaa. Tutti i rifugiati siriani sono registrati presso l’Unhcr, ma non beneficiano di alcun tipo di assistenza strutturata. Oltre ai rifugiati, il Libano richiama numerosi migranti economici, che arrivano soprattutto dall’Asia e dal Corno d’Africa per lavorare come collaboratrici domestiche nelle famiglie benestanti libanesi oppure nei moltissimi cantieri edili della capitale e delle città maggiori. Si tratta di persone costrette a vivere in situazioni al limite della schiavitù, o molto spesso ben oltre questo limite.


 

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