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Quale futuro se la politica calabrese ignora la scuola?

La riflessione di Guido Leone: «È evidente che la scuola non è mai stata una priorità per la classe politica»

di Guido Leone * 25/02/2018

È grande la preoccupazione che mi dà anche quest’ultima fase di campagna elettorale e la ragione è semplice: si parla di tutto e per nulla della condizione della scuola calabrese. Finora nella stragrande maggioranza dei dibattiti e sui territori di scuola non si è parlato, come se il mondo dei ragazzi e dei giovani non esistesse e come se l’istruzione e la cultura, con la promessa di cittadinanza alle nuove generazioni, fosse di un mondo alieno.

Tutti gli schieramenti relegano il mondo della scuola in posizione di retrovia mentre il dibattito pubblico è centrato su questioni economiche e finanziarie tanto da scoraggiare chiunque voglia portare all’attenzione di tutti le questioni educative.

Mai come in questa tornata elettorale la politica sembra- anzi è- distante dalla vita vera. Quella che incontri al mercato, davanti alla scuola, tra la gente di strada insomma. Vai a sapere che cosa pensano i candidati della scuola, al di là delle parole d’ordine, della scuola viva, della storia della scuola e dei risultati che hanno prodotto venti anni di politiche scolastiche fondate su quel nefasto paradigma e condotte in modo bipartisan dai vari ministri.

La scuola di Reggio e della Calabria, intesa come strumento strategico di crescita del capitale umano in funzione dello sviluppo del territorio, non ha mai avuto complessivamente su di sé l’attenzione della rappresentanza politica.

Mentre i vari indicatori sulla qualità del nostro sistema scolastico ci restituiscono severi aspetti di criticità:
-una crisi nei risultati scolastici che si manifesta già nella scuola dell’obbligo e che sembra prefigurare successivi scacchi formativi;
-una stratificazione sociale nelle scelte tra i diversi indirizzi della scuola secondaria superiore, che si ripercuote nei livelli di apprendimento;
-una difficoltà supplementare di intervento nei confronti dell’utenza straniera che ottiene risultati scolastici più modesti dei coetanei italiani, in particolare a livello di competenze linguistiche;
-l’emergere di un disagio sottile, di una difficoltà a coinvolgere fino in fondo gli allievi nella loro esperienza scolastica, testimoniato dal fenomeno dei debiti scolastici, che, comunque, indica un rapporto non positivo con gli apprendimenti scolastici (matematica, lingua straniera, ecc.);
-tendenza alla licealizzazione del sistema scolastico;
-la nostra regione esibisce i dati più sconfortanti in materia di sicurezza e di adeguamento degli edifici scolastici;
-un forte turn-over nei comprensori decentrati: la rotazione del personale docente è molto elevata e rappresenta un forte vincolo alla continuità e alla programmazione didattica;
-la permanenza di squilibri territoriali: è stato più volte rimarcato che molti comprensori delle aree interne della Calabria sono tagliati fuori da una offerta formativa extra-curricolare per la mancanza dei servizi, trasporti in particolare, che penalizzano la partecipazione degli studenti alle attività pomeridiane che le istituzioni scolastiche pongono in essere per il completamento del percorso educativo. Questo stato di cose non assicura equità e qualità. Non garantisce il diritto allo studio per tutti;
-un discutibile processo di dimensionamento che non tiene conto delle peculiarità territoriali, dei bisogni formativo/educativi di determinate aree a rischio della regione, che non razionalizza i processi di accorpamento delle singole scuole in termini di moderna consortilità intercomunale, come avviene per altro genere indispensabile di servizi alla comunità;
-assenza di un sistema statistico, la cui mancanza rende problematica la più complessa attività di gestione del sistema scolastico a livello politico e amministrativo.

È sul territorio che si misura la capacità della politica ad affrontare i nodi strutturali di un sistema scolastico come il nostro che manifesta delle criticità ormai consolidate che vanno dal gap nei livelli di apprendimento tra i nostri studenti e il resto del Paese alla qualità dei nostri edifici scolastici.

Ma non ci si sofferma mai però a fare una attenta analisi sul perché di tali risultati per poi avviare una seria ricostruzione della scuola con investimenti seri e reali, anche in termini di risorse umane a partire dalla Direzione Generale dell’Ufficio scolastico regionale della Calabria, ancorché necessari in un territorio che denuncia alti tassi di dispersione, di analfabetismo primario e di ritorno e dove la cultura della illegalità è peraltro molto diffusa.

Colpisce in questa campagna elettorale la superficialità con cui i partiti parlano della scuola quando capita se non per puntare alla contestazione dell’esistente, senza prospettive se non quella di smantellare il pregresso ma senza uno straccio di idea di scuola, di una proposta seria e concreta, di una visione organica.

Si spara solo alla legge 107, cosiddetta “buona scuola”, che pur ha messo in campo un piano di assunzioni decisamente corposo (oltre 100mila posti di lavoro), che non si vedeva da decenni nella scuola italiana. La buona scuola si è occupata di molte questioni ma non ha affrontato ritardi strutturali che in termini di priorità di intervento vede la prima sicuramente nello stato dell’edilizia. La seconda è l’azione sugli insegnanti: vera valvola di accensione del cambiamento. I sistemi scolastici di alto livello devono prestare attenzione grande al modo in cui si seleziona, si forma e si aggiorna il personale docente. Quando si parla di valorizzazione in Italia degli insegnanti si parla solo di orari, stipendi, riconoscimento del merito. In una indagine decennale dell’Istituto Iard si evidenzia come la maggior parte dei docenti faccia lezione come si faceva venti anni fa, replicando il modello degli insegnanti che loro stessi hanno avuto. Si deve agire sulla qualità della formazione, sul rigore e sulla certezza nella selezione e sulla continuità dell’aggiornamento in servizio. Abbiamo, invece, un sistema di selezione della classe docente che definire folle è un eufemismo.

Ma calandoci nel nostro territorio quello che ci interessa sapere di più è cosa intendono fare i candidati al Parlamento dei vari partiti per i prossimi cinque anni. Gradiremmo sapere cosa ne pensano del sistema scolastico e universitario ai fini dello sviluppo della nostra regione. E siccome abbiamo detto che su questo versante tutto tace suggeriamo noi alcune domande:
1) quale scuola vogliamo per le nuove generazioni?
2) come tornare a investire sulla scuola per renderla al passo con le sfide dei prossimi anni e per il raggiungimento degli obiettivi comuni dell'UE per i sistemi di istruzione e formazione da raggiungere entro il 2020?
3) Quale docente? quali competenze, percorso di formazione, percorso di carriera? Quale stato giuridico? Quale riconoscimento economico? Quale rivalutazione sociale? Quali proposte per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche?
4) Esiste una questione meridionale sulla formazione? Esiste un ritardo nello sviluppo della nostra regione alimentato anche da inadeguate e lacunose politiche educative?

La scuola è evidente che non è mai stata una priorità per la classe politica. Questo è il risultato di una pluriennale consolidata incapacità delle scuole a reagire. Lo fanno gli operatori delle scuole, lo abbiamo visto in alcune circostanze, ma non le scuole.

La debolezza dipende dalla mancanza di rappresentanza, dal fatto che le scuole non fanno rete e non hanno chi le rappresenta tutte assieme. E quindi dal fatto che non ci sono i luoghi nei quali svolgere ruoli decisivi con la propria rappresentanza. Non mancano le associazioni di scuole, per la verità un po’ velleitarie, poco rappresentative, troppo orientate. Ma manca un organismo istituzionale di rappresentanza che abbia titolo a rappresentare le scuole nelle conferenze con lo Stato, con le Regioni, le province, i comuni.

Questo ridarebbe dignità alle scuole, alla loro autonomia, alle loro proposte. Perfino il dirigente uscirebbe da una sorta di ambiguità, da una zona di confine tra scuola e amministrazione, ancorando saldamente la sua dirigenza alla scuola che guida. L’autonomia della scuola, tra l’altro ancora incompleta in diversi punti rimarrà sempre aleatoria senza una rete che le veda alleate, capaci di incidere sulle politiche scolastiche dei governi locali. E qualche volta di opporsi con determinazione a scelte solo economiche. Insomma, le scuole, anziché essere un’appendice dell’amministrazione, diventerebbero le scuole della Repubblica. Una raffinatezza? Forse no.

* Già dirigente tecnico Ufficio Scolastico Regionale Calabria

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