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Discernimento e vocazioni: chiamati ad amare

L'editoriale, pubblicato ieri sul settimanale, del rettore del 'Pio XI' in occasione dell'annuale Giornata del Seminario a Reggio Calabria

di Salvatore Santoro 26/02/2018

Seduto tra i banchi della Cappella del Fiat – sacrario e cuore del nostro Seminario dove, ormai da quasi trent’anni dalla riapertura del Maggiore, tantissimi ex alunni (seminaristi e preti) quotidianamente consegnano la loro vita alla dolcissima Icona della Madonna – cerco di raccogliere qualche idea, nel silenzio della preghiera, per condividerla in questa domenica particolare, in cui la nostra diocesi celebra la Giornata per il Seminario.

Subito, la mente cerca i volti e le storie di quegli ex alunni (sono quasi cento, reggini e non) che, in questi anni, hanno incrociato lo sguardo della Madre del Fiat, così come sto facendo io, oggi, sussurrando al suo tenero cuore richieste di aiuto e promesse di futuro, sogni e paure, desideri e speranze, sorrisi e lacrime. I loro volti, le loro storie, originalissimi ma neanche così diversi da quelli dei seminaristi che oggi abitano questi stessi luoghi, richiamano al mio cuore la prima responsabilità che ogni cristiano (a fortiori un prete!) deve sapersi e volersi assumere nei confronti della pastorale vocazionale: «Pregare il Padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe».

Pregare per le vocazioni: è il primo (certamente quello decisivo e fondamentale!) degli step su cui, secondo papa Francesco, deve articolarsi una seria pastorale per le vocazioni! Gli altri, per il santo Padre, sono correlati a questo e ne sono l’esplicitazione: la «pastorale della porta aperta», cioè lo stile dell’accoglienza che caratterizza il volto di una comunità ecclesiale (come la fede si trasmette “per attrazione”, così l’annuncio del vangelo della vocazione si nutre di accoglienza: dei giovani e, assieme a loro, di tutte le sfide e le provocazioni che “il mondo che cambia” presenta). Terzo step: «la pastorale dell’orecchio». Dice, ancora, il Papa: «se vogliamo vocazioni, dobbiamo rimanere inchiodati alla sedia per sentire i giovani, ascoltarli più che parlare loro. Dire una parola che sarà un seme che lavorerà dentro». Il quarto è la «pastorale del camminare». Bisogna mettersi in cammino con i giovani, ma anche metterli in cammino, abitare le loro inquietudini, educarli alla prossimità e spingerli alla missione, senza aver paura di proporre mete alte da raggiungere, ma anche «cose da fare, perché – continua papa Bergoglio – i giovani che hanno tutto assicurato sono giovani in pensione». L’ultimo step è la «pastorale della testimonianza».

Dietro un prete c’è sempre un prete; e, se non c’è, si vede! Ne sono sempre stato convinto, anche per esperienza personale. Anche su questo aspetto della pastorale vocazionale (così decisivo, soprattutto in questo tempo!) il Papa ha parole semplici ma chiare: «È la nostra testimonianza che, almeno inizialmente, attira i giovani. Testimonianze di preti bravi, di suore brave». Verba volant; exempla trahunt: l’antico proverbio latino non ha mai dismesso il suo fascino ed il suo significato! Solo il fascino dell’esemplarità (di tutti, non solo dei consacrati) suscita domande e da il coraggio di giocarsi la vita per grandi ideali: guai a dimenticarsene! Questi cinque step hanno, da sempre, strutturato la vita e la missione del nostro Seminario arcivescovile, “luogo” dove la «preghiera, la pastorale della porta aperta, quella dell’orecchio, del mettersi in cammino e della testimonianza» (per usare gli stessi termini di Francesco) sono “di casa”, nella formazione dei seminaristi e nella pastorale per le vocazioni.

Continuo a fissare lo sguardo della Madre del Fiat, e la mente ed il cuore vanno alle parole che il vescovo pronuncia nella grande preghiera di ordinazione dei sacerdoti: «Ora vieni, o Signore, in aiuto alla nostra debolezza e donaci i collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico». Sì: vieni ancora, Signore, a benedire la nostra chiesa.. Non stancarti!


* rettore del Seminario arcivescovile «Pio XI»

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