accedi | registrati | 19-6-2018

La dialettica elettorale è vittima delle varie promesse sulle tasse e di strumentali allarmismi. I proclami facili sono l’arma di chi vuole confondere la gente

Tocca ai vescovi riaffermare quello che i politici tacciono

di Davide Imeneo 26/02/2018

I temi che governano lo scontro pre–elettorale sono sempre pressoché identici: la tassazione e la questione dell’immigrazione declinata attraverso il paradigma dell’accoglienza–non accoglienza.

Due questioni che si affrontano in maniera così diffusa soltanto un mese ogni cinque anni, cioè durante le campagne elettorali. Ma poi, ripensando alla ferialità legislativa del nostro Paese, quale governo può vantare di aver effettivamente rivoluzionato – a favore dei cittadini – il “sistema tasse”? E quale altro esecutivo può dichiarare di aver provveduto – rispettando i diritti umani – a instaurare una vera politica di integrazione e accoglienza dei migranti? Queste armi di distrazione di massa hanno una facilissima presa sull’opinione pubblica.

Di fatto influenzano il voto facendo leva su due bisogni primitivi di ogni elettore: la ricchezza (pagare meno tasse) e la sicurezza (sentirsi protetti dallo straniero–sconosciuto). Dal giorno dopo le elezioni, nelle agende politiche ma non in quelle mediatiche, questi temi saranno pressoché archiviati. Al più sorgerà un nuovo sistema fiscale con un nome mai sentito prima, che chiamerà in maniera diversa le stesse tasse di sempre, e si riesumerà la grande incompiuta, la legge sullo Ius soli. Ma, per il resto, cosa farà il nuovo governo? Le sfide salienti sono quelle tirate in ballo dai vescovi nei loro messaggi per le elezioni e spesso taciute dai politici.

Una su tutte: i giovani. Soprattutto i calabresi e, più in generale, i meridionali, sanno quello che accade ai ragazzi che finiscono il liceo o, nelle migliori ipotesi, l’università: «E adesso che faccio»? La Repubblica fondata sul lavoro si ritrova senza fondamento. C’è una sola soluzione: la valigia. C’è una sola conseguenza: vivere senza radici. La delocalizzazione del lavoro sta mietendo due vittime eccellenti: la comunità e la famiglia. Due parole raramente pronunciate dai politici in campagna elettorale, ma realtà imprescindibili per la vita dell’uomo, che senza comunità e senza famiglia resta solo. I vescovi però, forse perché a differenza di molti politici non si confrontano con la gente solo un mese ogni cinque anni, ribadiscono in maniera puntuale e con disarmante concretezza le concrete priorità di cui i cittadini hanno bisogno.

Bassetti e Galantino, in occasione del Consiglio permanente Cei di gennaio, hanno offerto uno sguardo complessivo sulle emergenze del Paese. L’arcivescovo Morosini, nella lettera pubblicata ieri sul nostro settimanale e oggi su questo sito, lo ha fatto per la realtà sociale e civile di Reggio Calabria. Tra i tanti temi trattati, tra cui spicca anche quello dell’accoglienza che ritorna nel magistero del presule reggino, ve ne sono cinque estremamente urgenti. E non si tratta di argomenti prettamente “spirituali”, ma estremamente concreti, legati all’attualità della regione. La legalità è il primo vero caposaldo del futuro della Calabria.

Viene intesa, però, non solo come azione di contrasto alla ‘ndrangheta, ma è il momento di fare un passo in più. Bisogna garantire quello che gli anglosassoni definiscono Rule of law, traducibile con efficacia del sistema statale e giuridico, o con il concetto di certezza delle regole. In Europa siamo in fondo alla classifica, secondo il World justice project. L’università, fucina di talenti, è cruciale per la formazione e la crescita dei giovani. Eppure l’Italia ci crede poco.

Secondo la Banca mondiale la prima università italiana per qualità di insegnamenti e servizi agli studenti è La Sapienza, al posto numero 84. Mantenere alto il profilo accademico di una città è un investimento prima di tutto occupazionale. L’avviamento al mondo del lavoro. La Banca mondiale segnala l’Italia al 46° posto nel mondo per la capacità e la facilità di aprire un’impresa. La Spagna ci precede di 20 posizioni, i nostri principali competitori europei si piazzano nei primi posti della classifica. Ci precede la Romania. Qualcuno lo ricordi ai futuri rappresentati del popolo calabrese: forse potremmo partire dalla regione dei Bronzi per incentivare, ad esempio, la nascita di imprese agroalimentari. La povertà non è una malattia, ma andrebbe debellata ugualmente anche perché sta devastando il Mezzogiorno. Su 27 Paesi europei, l’Eurostat indica l’Italia al 22° posto (dati 2015) in quanto a rischio di esclusione sociale e di povertà. Quando serie misure per risalire la china? Gli investimenti sono una conquista e vanno “attratti” nel modo giusto.

Forse il miglior canale di sviluppo che i politici calabresi dovrebbero favorire e innescare è quello del Turismo, “oro nero” della nostra regione. La Spagna, intanto, ha venti milioni di turisti in più all’anno dell’Italia e il Montenegro ha persino un piano strategico per attrarre i visitatori stranieri. Noi quando inizieremo a parlarne?

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2017 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative