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Un libro dietro le sbarre: iniziare a leggersi dentro

di Romina Arena 02/03/2018

Tempo di quaresima, lavoro alacre alla ricerca di un senso che renda feconda la vita. È tempo di prepararsi a mettere frutto.

Dura 40 giorni, ma altrove dura fintanto che dura la pena. A volte, il fine pena è mai. Lì, dove tutto è attendere, prepararsi, ogni giorno è quaresima. Ogni giorno è giorno nuovo nel proprio personale deserto, in cui le bestie selvatiche hanno nomi di abisso e a combatterle c’è da lacerarsi l’anima.

Paura, solitudine, silenzio, abbandono, privazione, annichilimento. Nel deserto, dove ogni boccone è amaro e non esistono punti di riferimento, è facile perdersi, assetarsi. E’ facile murare la gola a ogni fiato, credersi soli e senza scampo. Niente all’orizzonte che indichi una meta, niente sui passi che tracci una via.

Da dove mi verrà l’aiuto?

Nel deserto di un detenuto, fatto di muri spessi e ferro, di porte dietro porte, di elenchi e di santa pazienza, il carcere è l’assenza di qualsiasi tempo. Non accelera, non rallenta. Tu sei lì dentro.

Tutto il resto è fuori.

È tempo che stagna. Tempo che non è tempo, ma un riverbero di assenza contro uno sfondo lattiginoso in cui i contorni si perdono e non resta altro che l’ostinazione della memoria. Qui il tempo è niente e la memoria è tutto; il tempo è senza coordinate ed alla memoria è fatto obbligo di stringere il timone e governare; il tempo è un taglierino e la memoria un balsamo.

Il tempo è una cesura su una cesura più grande che taglia fuori i detenuti da un mondo che cammina senza di loro.

Esiste solo quando scade ed è solo in quel frangente che lo si è avvertito correre.

Correre, mai andare al passo del bisogno, del desiderio. Il bello e il buono hanno i minuti contati e per questo ci si parla sconfinando su altre voci o si tace per non perdersi nemmeno una parola. E si dilatano i secondi per mantenere tesa ancora un poco la bolla di armonia per entrare nella quale si è rinunciato all’unica ora d’aria in cambio di un brano di letteratura.

Quella rinuncia, da sola, celebra la potenza della parola.

In carcere un laboratorio di lettura è una esperienza di accoglienza che scardina i ruoli, annulla giudizi e pregiudizi. La parola apre uno squarcio in mezzo al deserto, trasforma in attesa quello che sembrava vuoto; in sguardo interiore quello che era solo sguardo esteriore; in incontro con se stessi quello che sembrava solo un incontro con altri. In testimonianza quello che non si credeva di poter dire, perché se ci vuole acume per vedere il mondo così com’è, ce ne vuole anche per far penetrare lo sguardo più a fondo nell’intimo degli uomini, per riuscire a vedere quel che sono destinati ad essere, nonostante quel che sono, nonostante tutto ciò che li nasconde, che li adultera. La vista acuta del cuore porta fino a ciò che vi è di misterioso, di più sacro (Pär Lagerkvist).

Tra quelle mura che amputano lo sguardo, è l’accordo che intona il verbo della comunione. E’ il pane che si spezza, la coperta che si spartisce. Col suo atto di fedeltà alla realtà, celebra la vita e quanto essa contiene.

Ma la parola è anche ferita. Lì dove non ci si aspetta niente e la lingua è legata a uno straccio e anche il cuore è rinchiuso in un sacco, è una bomba che non si sa di portare nel petto finché non scoppia.

«Suvvia, amico mio, non calarti sugli occhi la tesa del cappello! Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra bensì a un cuore troppo affranto l’ordine di schiantarsi» (Macbeth).

Chi accetta di condividere l’ustione della parola è materia fragile. Come l’ostrica genera la perla sollecitata dalla sabbia che irrita le sue mucose, così la parola che sfrega le corde più esposte dell’anima costringe la piaga a sanguinare e generare consapevolezza, una nuova biografia.

L’intrecciarsi di orditi nello spirito imbastisce un timido dettato. La parola rinasce anche nella gola che sembrava murata e si fa corpo. Grazia che sovrabbonda, dono in pura perdita. Si fa quaresima.

Laddove la terra è accorata di sete, anche solo una goccia la si chiama pantano. E bisogna averne cura perché nella famiglia degli uomini ha un nome prezioso: si chiama speranza.

* Laboratorio di lettura Cvx di Arghillà

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