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Italia alle urne, la libertà non si baratta

Nelle regioni del sud la «fuga» dalle cabine elettorali fa aumentare notevolmente il peso dei consensi inquinati dalle logiche mafiose

di Davide Imeneo 04/03/2018

Oggi si andrà al voto. Grande è la confusione che alberga nelle menti dei cittadini, tante le domande, le perplessità, il fermento e, allo stesso tempo, lo scontento che si avverte in giro per le strade, i bar, i negozi: «Per chi votare?», «Ma come funziona questa legge elettorale?», «Pensi davvero che cambi qualcosa andando a votare?», «Io non voto, tanto sono tutti uguali».

Queste alcune delle considerazioni più frequenti. Triste constatare, inoltre, che più si si abbassa l’età degli interlocutori, più sale la convinzione che votare non serva a nulla, sia addirittura una perdita di tempo inutile. Colpa di una politica distante? Di un linguaggio sempre più violento nei talk show e nei dibattiti pubblici? Dei partiti afflitti dai troppi personalismi? Le ragioni possono essere le più disparate.

Nonostante la sfiducia dilagante, tuttavia, rimane una certezza: votare è un diritto che è costato caro e il suo esercizio è di vitale importanza per le sorti di una democrazia e di un intero Paese. Il diritto al voto è talmente importante che è addirittura sancito dalla Costituzione – all’art. 48 – ed è declinato non solo come un diritto, ma anche come un dovere, un “dovere civico”, cioè un dovere di chi vuol essere un buon cittadino ma, comunque, libero nell’esercizio.

Votare assume particolare rilevanza anche perché è un’espressione dei più ampi valori della libertà e dell’uguaglianza, poiché è proprio grazie al voto che si è liberi di partecipare alla scelta dei propri rappresentanti, ognuno in maniera eguale all’altro. Oggi tutto questo potrà sembrare una banalità perché è un dato acquisito, ma nel 1861 il diritto al voto in Italia era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. Bisognerà aspettare il 1918 per il suffragio universale maschile e addirittura il 1946 (solo 72 anni fa) per poter vedere votare anche le donne. Il diritto al voto è, dunque, una vera e propria conquista di libertà e aveva ben ragione Calamandrei ad allertare gli italiani ricordando che «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». E la libertà legata al voto non è soltanto una libertà di scelta, è anche e soprattutto, una libertà di partecipazione, in altri termini è il potere di poter influire direttamente sulle decisioni che contano. Sembra già di sentire l’eco dei dissenzienti, magari sostenitori di Mark Twain, il quale ebbe a dire che se votare comportasse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare.

Anche i grandi sbagliano però e andare a votare fa la differenza eccome! Lo si è visto di recente in occasione del referendum costituzionale del 2016, quando ci si è trovati di fronte ad una scelta di conservazione o di riforma della nostra Costituzione. Chi ha votato ha contribuito, in un senso o nell’altro, ad una decisione fondamentale per l’assetto istituzionale del nostro Paese e l’esito del referendum era tutt’altro che scontato. Anche oggi ci troveremo di fronte varie alternative e non è affatto vero che gli attori in campo siano tutti uguali. Vi è chi ha sposato la linea europeista e chi la combatte, chi spinge per lo ius soli e chi mira a politiche più restrittive in tema di immigrazione, chi considera come priorità l’ambiente e chi invece sostiene che si debba rilanciare l’economia con l’edilizia, c’è infine chi punta più sulla conservazione e chi invece sposa l’innovazione. Se si ragiona non sono differenze di poco conto e basta leggere un paio di quotidiani per intercettare le posizioni delle diverse forze politiche in campo.

Ad irrobustire la tesi per la quale il voto ha un peso tutt’altro che irrilevante, vi è anche l’esito delle politiche del 2006. Quell’anno si votò il 9 e il 10 aprile e la vittoria andò a L’Unione, la coalizione di centro–sinistra che aveva come candidato alla presidenza del consiglio Romano Prodi. I lettori si chiederanno: «Dove sta la notizia?». Ebbene 12 anni fa la coalizione con a capo Romano Prodi ebbe la meglio sulla coalizione capeggiata da Silvio Berlusconi per circa 24.000 voti su 38 milioni. Si tratta di un’esiguità, una percentuale minima, che dà dunque dimostrazione plastica di quanto ogni singolo voto possa rivelarsi determinante. In Calabria sembra che se ne sia accorta solo la criminalità organizzata. Non è certo un mistero, infatti, che le forze criminali guardino con attenzione a tutti i momenti elettorali nel tentativo di condizionare la politica e le politiche del nostro territorio. Questo dato, che le inchieste della magistratura ci consegnano in maniera inequivocabile, dovrebbe incentivare la partecipazione di tutte le realtà sane (senza dubbio la stragrande maggioranza della popolazione) della Calabria, partendo dalla consapevolezza che l’astensione dà più peso al voto mafioso, perché non recarsi alle urne, qualsiasi sia il proprio orientamento politico, significa permettere ai pacchetti di voti della criminalità organizzata di pesare maggiormente.

L’appello è rivolto a tutti gli elettori, con particolar riguardo a coloro che si recheranno alle urne per la prima volta: non tesseriamoci col partito dell’astensione, non si sciupi questo speciale strumento a nostra disposizione, si rifugga la categoria dell’analfabeta politico coniata da Bertolt Brecht, i cui versetti recitano: «L’analfabeta politico è così somaro che si vanta e si gonfia il petto dicendo che odia la politica. Non sa l’imbecille che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il bambino abbandonato, l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi, che è il politico imbroglione, il mafioso corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali». La linea di demarcazione tra cittadino e suddito (colui il quale non fa altro che apprendere apaticamente e subire le decisioni dall’alto) è tracciata in parte dal diritto al voto. Non si può rimanere indifferenti dinanzi alla società in cui si vive, riempendosi la bocca di espressioni come: «La politica è sporca», «lo Stato è corrotto», «è già tutto deciso». Si rinuncerebbe così ad avere un ruolo nella propria comunità e a recepire passivamente tutti gli eventi.

Certamente la politica oggi non ci invita ad un sontuoso banchetto, ma nello stesso tempo non possiamo non partecipare alla mensa perché i piatti non sono di nostro gradimento. L’opinione e la volontà di tutti sono nutrimento vitale per una società libera e democratica, e nessuno può arrogarsi il diritto di considerarsi escluso. Ralph Nader, politico statunitense, è autore di uno dei più sintetici, e allo stesso tempo convincenti, appelli al voto: «Ai giovani americani dico: non fatevi banalizzare dalla cultura commerciale che vi tenta ogni giorno. Sento spesso dire che non siete interessati alla politica. Ma anche se non volete occuparvi di politica, sarà la politica ad occuparsi di voi».

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