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I due quartieri sembrano una 'zona franca' dei diritti più basilari di cittadinanza. E le risposte latitano

Cataforio e San Salvatore: politica assente, periferie moribonde

di Federico Minniti 06/03/2018

Siamo tornati a Cataforio e San Salvatore dove abbiamo già documentato (clicca qui per saperne di più) lo stato di totale incuria in cui versava l’acquedotto comunale con tanto di perizia da parte dei tecnici di Palazzo San Giorgio in cui si affermava che esisteva un «rischio per l’incolumità pubblica».

Eppure i due quartieri, che distano quindici chilometri dal centro storico, vivono costantemente con la paura che «possa scapparci il morto», come ci confida un cittadino mentre con la nostra autovettura ci arrampichiamo nel pre–Aspromonte costeggiando il letto del Sant’Agata. Massi enormi si staccano dai costoni che avvolgono l’unica via d’accesso ai rioni, senza che alcuna forma di tutela venga applicata: manca la rete contenitiva e i detriti finiti nel centro della carreggiata vengono spostati dai “volontari”, ossia i cittadini costretti a uno slalom pericolosissimo per andare e tornare da Cataforio e San Salvatore.

Il sogno della strada a scorrimento veloce è rimasto tale, tra le promesse naufragate con il passare delle legislature: «Hanno persino distrutto delle briglie storiche, costruite dopo le alluvioni degli anni ‘60. Se dovesse piovere per una settimana, il Sant’Agata inonderebbe tutto l’abitato». Hanno paura gli abitati dei due borghi. Gente che ha deciso di restare o addirittura di tornare per godersi un tessuto relazionale pulito con una vista mozzafiato sullo Stretto. I disagi sono quotidiani, spesso segnalati alle autorità competenti. «Ma fanno orecchie da mercanti», ci dice una cittadina.

A Cataforio oltre il problema della viabilità ne sussiste un altro: due vicoli del borgo, San Pietro e Borelli, da un anno sono completamente al buio. «Per rimettere la chiave nella toppa devo fare luce col cellulare» ci spiega un residente. Eppure l’impianto di illuminazione pubblica è stato cambiato nel 2015, ma dall’epoca non vengono più fatti gli interventi di manutenzione. Simbolo dell’abbandono in cui versa l’intera area: l’ex sede della delegazione municipale, ad esempio, è pericolante; con la chiusura delle circoscrizioni ha perso il suo valore sul territorio e, sembrerebbe, che al Ce.Dir. (sede degli uffici comunali) se ne siano dimenticati.

Così come la piazza principale di Cataforio in cui solo l’azione, ancora una volta volontaria, di alcuni genitori ha permesso la realizzazione di una piccola area giochi per i più piccoli, mentre gli alberi non vengono potati. «Sono secchi, col vento potrebbero caderci addosso», ci confermano alcuni abitanti mentre si accingono ad andare a messa nella chiesa parrocchiale proprio dinnanzi alla principale agorà del rione.

Se Cataforio piange, San Salvatore non ride. Le crepe nei muri, per le strade o nei marciapiedi aumentano così come le perdite d’acqua. Secondo il Comune di Reggio Calabria, per bocca del delegato Brunetti, il fenomeno non è correlato. Non avendo motivo per dubitare segnaliamo i gayser presenti per strada di cui i cittadini neanche ne tengono contro, «è una normalità quì», al pari dell’annoso problema del sistema di canalizzazione delle acque nocive, il cui sistema di pompaggio è in disuso da quasi un decennio e le fognature creano non pochi disagi a centri abitati in cui vivono bambini e anziani.

Scendendo a valle, verso il centro città, poi ci segnalano l’ultima “chicca”: nel quartiere la raccolta differenziata non è porta–a–porta, bensì avviene con i conferimenti nei cassonetti. Peccato che diverse famiglie siano costrette a portarsi sull’autobus (e non è un eufemismo) il proprio sacchetto della spazzatura poiché la zona in cui vivono è sprovvista dei cassonetti.

Cataforio e San Salvatore sembrano una “zona franca” dei diritti più basilari di cittadinanza. Un anno dopo, infatti, i problemi aumentano. E le risposte latitano.

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