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Le riflessioni di un docente in pensione a pochi giorni dal suono della campanella

Nuovo anno scolastico: dire bene degli alunni, cioè benedire

di Redazione Web 08/09/2016

di Francesco Cannizzaro* - Se si giocasse una partita di calcio tra elogi e rimproveri quasi certamente vincerebbero i rimproveri. Dai 6 ai 18 anni è più facile che in famiglia, a scuola, in parrocchia, in oratorio, nei luoghi educativi, si ricevano maggiormente richiami che parole di stima e incoraggiamento. I ragazzi e i giovani non solo subiscono questo trattamento faccia a faccia, ma anche in loro assenza, soprattutto in ambito scolastico. Un prof. di scuola media racconta di fuggire spesso dalla sala professori, perché nelle pause diventa un luogo in cui ogni docente scarica quanto di peggio gli alunni hanno compiuto sia didatticamente che a livello di comportamento, qualche volta facendo a gara a raccontare chi ha lo studente peggiore e che l’ha fatta più grossa. Un prof. di liceo che stava per entrare per la prima volta in una classe, racconta in una nota si Facebook come sia stato ampiamente messo in guardia dai colleghi sulla pericolosità degli alunni e come, finita la giornata scolastica, sia stato atteso in sala professori per vedere come ne fosse uscito. Così è facile che piccoli fatti vengano ingigantiti, altri diventino leggende, su molti ragazzi si mettono etichette negative che sarà poi difficilissimo togliere. I ragazzi imparano ciò che vivono e un grande educatore diceva: “Se vivono nel rimprovero diverranno intransigenti. Se vivono nell’ostilità diverranno aggressivi. Se vivono nella derisione diverranno timidi. Se vivono nella serenità diverranno equilibrati. Se vivono nell’affetto diverranno intraprendenti. Se vivono nell’apprezzamento diverranno comprensivi. Se vivono nella lealtà diverranno più giusti. Se vivono nella chiarezza diverranno fiduciosi. Se vivono nella stima diverranno più sicuri di sé. Se vivono nell’amicizia diverranno amici per il nostro mondo”. Le parole degli educatori non sono neutre, né quelle dette davanti né quelle pronunciate dietro, hanno un effetto sempre e anche a distanza. Le parole dette hanno sempre un peso e un valore, vanno pensate prima di proferirle e tante volte, al facile biasimo, ai giudizi gratuiti e inefficaci, è da preferire un rispettoso silenzio. Esse possono cambiare la vita o illuminarla per un po’ se sono “bene-dette” come nel caso veramente accaduto: un animatore di un’attività estiva in un quartiere a rischio, finita la giornata di giochi, va incontro alla mamma di un ragazzetto che di solito era molto schiva e si teneva a distanza quando andava a prenderlo la sera. Il figlio aveva la fama del discolo e a scuola si raccontava il peggio di lui. L’animatore, avvicinatosi e salutata la signora, si sentì subito dire: “Che cosa ha combinato oggi questo delinquente?” Egli rispose con serenità e sorridendo: “Signora, complimenti! Suo figlio è stato bravissimo; doveva vederlo giocare con gli altri ed aiutare i più piccoli: Siamo davvero contenti di lui”. La mamma non credeva alle sue orecchie, rimase senza parole, poi cominciò a piangere. Il figlio l’abbracciò, l’animatore chiese perché piangesse, se ci fosse qualche problema e lei rispose: “Piango perché è la prima volta in dodici anni che qualcuno dice che mio figlio è stato bravo e che è contento di lui”. Una comunità chiamata a formare ed educare come quella scolastica, è chiamata a lavorare costantemente sul linguaggio che usa formalmente e informalmente, perché anche da questo dipende il clima che si crea nell’ambiente, l’aria che si respira ogni giorno. Se i docenti, professionisti della formazione e dell’educazione, nonostante i vecchi e nuovi problemi del pianeta scuola, mettono al centro i ragazzi, con tutto il positivo e negativo che riescono ad esprimere, se sapranno “dire bene”, allora sarà come “benedire”!

*Docente in pensione

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