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La lettera di Francesca: «Abbiamo perso tutti»: la ragazza contro il programma 'Le Iene' di Italia1

Monsignor Nunnari: «Vi racconto il grande imbroglio»

di Davide Imeneo e Federico Minniti 13/03/2018

L’aspetto che più stupisce di monsignor Nunnari, nel racconto di un episodio che lo ha evidentemente ferito, è il tono della sua voce. L’unico aggettivo che si addice è paterno. Un narrato certamente intriso di umanità, ma che non toglie mai lo sguardo dalla sofferenza di una ragazza sola. Ripercorre quei giorni, l’arcivescovo emerito di Cosenza – Bisignano: «Una vicenda mediatica che è maturata dopo dieci anni», spiega, «all’epoca, una volta appresa la relazione, portai con me quel giovane sacerdote a Reggio Calabria per alcuni giorni e, confrontandoci, lo posi dinanzi al suo tradimento alla vita consacrata».

Nessun oscurantismo, nessuna “richiesta” a tal punto che «solo dopo qualche giorno venne quella ragazza da me; non sapevo che – dieci giorni prima del nostro primo e unico incontro – avesse abortito». Un avvenimento che rattristò il presule, ma che dalle parti in causa (sia la giovane quanto il sacerdote) fu ai suoi occhi rappresentata come «una storia chiusa». Nessuno gli parlò mai di aborto.

Una versione dei fatti che, dopo l’aggressione mediatica de Le Iene, è stata totalmente confermata da una lettera scritta da Francesca (nome di fantasia, ndr) e destinata proprio a monsignor Nunnari: «È una vicenda, questa, – legge l’arcivescovo emerito – che vede solo sconfitti; tutti hanno perso qualcosa in questa storia, soprattutto mio figlio che non ha visto la luce. Non c’è più rabbia, rancore, disprezzo; però quello che mi trovavo ad affrontare era qualcosa di molto più grande di me anche se non ho mai pensato al suicidio – come invece affermato dalla giornalista de Le Iene – nonostante io abbia saputo di non poter avere altri bambini». La voce di Nunnari si strozza per qualche secondo, poi prosegue nella lettura: «Verso la fine del 2009 – scrive Francesca – affidai la storia a una psicologa; piano piano stavo ricominciando a vivere. Dopo qualche anno, nel 2014, attraversando un momento delicato, mi rivolsi a una psichiatra, causa degli eventi odierni».

Poi la ragazza si rivolge all’arcivescovo emerito di Cosenza: «Monsignor Nunnari non sono stata io a inventare quella trasmissione, ma la psichiatra mi ha convinto fosse utile raccontare la mia storia per altre donne vittime di situazioni simili. Non ho mai dato alcuna autorizzazione, anzi: ho cercato in tutti i modi di fermare la messa in onda di quel servizio e questo è stato motivo di scontro con le giornaliste, ma è stato tutto inutile».

Nunnari sfiora le pagine della lettera scritta dalla ragazza, quasi con delicata attenzione nei confronti di quelle parole che riservano una lettura amara dell’intero episodio: «L’ho incontrata è vero, l’ho incontrata pochi giorni dopo quella volta in cui ho lasciato che mio figlio non fosse più mio; ho voluto incontrarla perché avevo bisogno di conforto che non avevo trovato nella persona che amavo e che avevo scoperto che mi aveva solo usato, devastandomi la vita». Una realtà completamente diversa da quella presentata dal servizio de Le Iene dove due attori impersonavano la ragazza e il sacerdote, e si raccontavano i “fatti” accusando, oltre al prete, l’arcivescovo Nunnari.

Ma qual è il limite tra libertà di stampa e processo mediatico? «Con l’avvento di Internet – osserva Nunnari – si sta superando ogni limite perché c’è un vuoto normativo che consente questo; alcuni giornalisti usano la loro professione come un’arma sparando nel mucchio e rimanendo impuniti. La rete, purtroppo, non aiuta l’uomo a essere libero, anzi attraverso queste notizie false offendono la dignità e schiavizzano gli individui». I social network, però, nel caso di monsignor Nunnari sono stati anche un moltiplicatore di positività, come attestano le tante prese di posizione dei fedeli che hanno condiviso la proprio vita al fianco dell’arcivescovo reggino: «Mi ha telefonato una mia parrocchiana e mi ha detto: “Don Nunnari vi ricordate di quando con mio marito volevamo interrompere la mia gravidanza? Ecco, vi volevo dire adesso: mio figlio, nato grazie alla vostre parole a noi due, è anche vostro figlio».

Monsignor Nunnari è commosso e ricorda della casa aperta per le ragazze madri durante il suo primo episcopato a Sant’Angelo dei Lombardi: «Ancora oggi quell’esperienza vive». Tante storie che si intrecciano in un cammino di comunione ecclesiale. Dopo lo scandalo è emersa la verità. Nunnari vuole ricordare quanti nella Chiesa calabrese gli sono stati vicini in questa dolorosa vicenda: «Anzitutto mi preme ringraziare monsignor Francesco Nolé, arcivescovo titolare di Cosenza – Bisignano, che mi è stato fratello e amico premuroso; come sempre poi, ho avuto lo sguardo benevolo e apprensivo di monsignor Vittorio Mondello, emerito di Reggio Calabria, e anche le telefonate sincere dell’arcivescovo reggino, Giuseppe Fiorini Morosini, e dei vescovi emeriti Rimedio e Cantisani».

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