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Festa di san Giuseppe. La rivoluzione dei nuovi padri

I cambiamenti in atto e la riflessione sui rapporti uomo-donna nella consapevolezza che siamo uguali eppure differenti di fronte a Dio

di Luciano Moia 19/03/2018

La rivoluzione paterna è iniziata. Un cambiamento lento, pacato, non violento che ha finito per scavare un solco profondo tra la paternità della tradizione, almeno quella dell’immaginario più scontato, e quella concreta, che si respira e si percepisce anche dalle prassi educative e domestiche dei padri di oggi. Una paternità che si consolida senza clamori, in modo palese ma non clamoroso, con un vasto e condiviso percorso di consapevolezza inversamente proporzionale rispetto agli ultimi patetici ma violentissimi sussulti del maschilismo più becero e più intollerante. È un cambio di prospettive che incide su certezze consolidate, rivoluziona gli studi sociologici e afferma con la forza dei fatti quella parità di genere che è iscritta evidentemente nel dna profondo dell’uomo.

La civiltà paterna del terzo millennio, pur con ritardi, cadute e contraddizioni, conferma in qualche modo la verità biblica, del "maschio e femmina li creò", dove il passaggio successivo "a sua immagine lo creò", afferma una relazione diretta che, proprio come espressione immediata e parallela di un Amore che tocca le sue creature con identica efficacia, contiene in sé anche il senso e la giustizia di una parità.

Ma in questa parità nella dignità umana, nella responsabilità per la cura del creato che va molto al di là della prospettiva ambientalista e tocca da vicino le radici antropologiche, e nella comune vocazione al bene, trova compimento la bellezza della differenza.

Uguali eppure differenti di fronte a Dio. Uguali eppure differenti nell’impegno sociale e familiare. Con tutte le dinamiche complesse ma confortanti e arricchenti che si dipanano da questo dinamismo. Senza comprendere questo passaggio, che è verità teologica a lungo proclamata ma altrettanto a lungo lasciata silente nella prassi ordinaria dei rapporti coniugali e familiari – e quindi spesso dimenticata se non trascurata e calpestata – non si coglie il senso della trasformazione in atto. La paternità balbettante se non evanescente e rinunciataria degli scorsi decenni appare oggi solo fase transitoria di un più ampio percorso di consapevolezza di cui si cominciano a cogliere gli effetti e che coinvolge allo stesso tempo donne e uomini, madri e padri.

«Si tratta di una rivoluzione senza metafore – riflette Maurizio Quilici, fondatore dell’Istituto di studi sulla paternità – poiché comprende comportamenti, atteggiamenti e rappresentazioni quali non si sono mai verificati nella storia che ci ha preceduti. Trasformazioni che non possiamo limitarci a definire guardando solo gli aspetti esteriori». Misurare il cambiamento solo osservando i nuovi padri che si occupano dell’accudimento dei neonati, delle pappe e del cambio dei pannolini sarebbe insomma quasi banale.

Ma cosa c’è dietro questa rivoluzione dei costumi? Si può cogliere per esempio un istinto paterno presente fin dal momento della nascita che, a lungo negato da certa pedagogia, appare invece oggi confermato dagli studi più recenti? «Oggi un numero crescente di padri segue i corsi preparto e, in misura ancora maggiore – prosegue Quilici – assiste al parto. Nel 2002 la percentuale era del 68,55%, dieci anni dopo siamo arrivati al 78,6. Chi minimizza questo rilievo non ricorda il distacco che solo fino a pochi decenni or sono caratterizzava il padre al momento della nascita rispetto al neonato».

Sono dati importanti perché contribuiscono a cancellare in un colpo solo due stereotipi sulla mascolinità. Da un lato quello popolare di un certo machismo volgare, tipo uomo "che non deve chiedere mai", barba lunga e sguardo torvo. Tanto paradossale quanto incredibile. Dall’altro quello derivante da una certa tradizione patriarcale, secondo cui il padre doveva limitarsi a dettare la norma, tracciare il percorso, indicare il punto d’arrivo. Poi spettava alla madre capire come fare concretamente per arrivarci, caricandosi sulle spalle il "lavoro sporco" della quotidianità educativa. Ecco, anche questi paradigmi, oggi non hanno più molto senso. Tanto che domani, durante la Giornata di studi sulla paternità in Italia organizzata tradizionalmente il 19 marzo, festa di san Giuseppe, si parlerà proprio di "Padri e di figli".

«Ci confronteremo sul cambiamento di un rapporto che – sottolinea ancora l’esperto – va oggi letto al di à del conflitto e al di là della facili generalizzazioni del tipo "padre-mammo" e "padre amico". Spesso incontro padri che mi chiedono cosa possono fare "per" il figlio. Cerco di spiegare loro che sarebbe più opportuno fare qualcosa "con" il figlio. Non significa limitarsi a una dimensione "orizzontale" del rapporto che finisce per trasformare il padre solo in un "papà" – oggi i padri sono "papaizzati" scrive Kundera nel suo romanzo L’identità – o addirittura in un compagno di giochi. Ma neppure tornare alle gerarchie verticali della tradizione. Il nuovo equilibrio va trovato tra ragione e sentimento».

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