accedi | registrati | 20-9-2018

Dentro il carcere ha conosciuto la bellezza della cultura e del teatro, grazie a un incontro speciale

Da camorrista ad attore. La rinascita di Sasà Striano

di Luigi Iacopino 21/03/2018

In occasione della XII° edizione del Reggio Calabria Filmfest, abbiamo incontrato l’attore Salvatore “Sasà” Striano. Ex camorrista, la sua vita è cambiata scoprendo in carcere la bellezza della cultura e del teatro.

Quanto è importante per te la possibilità di riscattarsi?
Credo che sia fondamentale perché diversamente significa restare nella tragedia. Se avviene il riscatto, si può ricominciare a vedere qualcosa che rifiorisce. È come una bonifica. Io mi sono dovuto bonificare per ripartire. E per ripartire sono necessari tre passi: pagare gli errori, ammetterli e capirli. Buttare del fango su se stessi può sembrare pericoloso, ma quel fango consente di eliminare tutta «la monnezza» che ti porti addosso. Anche una città intera potrebbe farlo.  

Parliamo del tema dei carcerati.
Il tema dei carcerati è antipopolare perché, dinanzi a persone che sbagliano, siamo abituati a pensare di chiuderle dentro e buttare la chiave. Invece si commette un errore perché le condanne finiscono e, se quelle persone non vengono recuperate, si incattiviscono. Se vogliamo evitare che il carcere rimanga un supermercato del crimine, è bene che al suo interno siano insegnati i diritti civili e l’educazione civica attraverso il lavoro di associazioni di volontariato. Se in carcere trovo il pittore, il fotografo, lo sceneggiatore, l’attore, il musicista, posso comprendere che dentro di me c’è una parte buona da mettere a frutto.

Serve un cambio di mentalità, evitando magari i facili giudizi?
Il non giudizio deve essere meritato. Per coloro che fanno la scelta del crimine ci sono gli organi preposti che devono intervenire. Occorre tendere un mano, invece, al resto delle persone per condurle dalla nostra parte. Dobbiamo far cambiare chi sbaglia attraverso il lavoro e la cultura. È poi fondamentale il ruolo della famiglia come l’intervento dei servizi sociali per far fronte a situazioni come la dispersione scolastica oppure per tutelare i figli di pregiudicati o drogati, cercando di salvarli e insegnando loro qualcosa di diverso. Il problema è che il numero di operatori è insufficiente.

Come affrontare una cultura che rischia di esaltare modelli negativi?
La stampa ha una grande responsabilità ma, con la scusa della libertà di espressione, sceglie di seguire il branco, sicché se una cosa funziona, cavalca l’onda e collabora inconsciamente a lanciare quella informazione nella testa dei ragazzi con più forza. Se la stampa vuole, quando vede che qualcosa sta diventando diseducativo e pericoloso, lo può spegnere. Penso che si possa fare una cultura educativa e sana. Molti altri pensano di no e creano mostri come fiction, film e libri.

La fede ha avuto un ruolo nel suo percorso di riscatto?
Nel mio percorso di crescita e riscatto, mi sono imbattuto in tre personaggi. Il primo è sant’Agostino che mi fa compagnia quando vado a parlare in carcere, raccontando la sua storia. Il secondo è san Francesco che è riuscito a fare cose straordinarie. Infine sono molto amico di Gesù Cristo ma non il Gesù Cristo solo picchiato e messo in croce. Secondo me Gesù Cristo è un personaggio straordinario, è uno che non si è lasciato scoraggiare, ha sempre avuto una parola per tutti, si è sempre fermato in tutte le case. Se lo raccontiamo cosi, fa venire voglia, soprattutto ai ragazzi, di diventare un po’ più Cristo. Ci hanno sempre cresciuto con la passione e morte di Gesù, ma, considerando tutta la sua vita, era di una bellezza unica.

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