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Sono spesso sub-affittati a prezzo di mercato o riservati 'per eredità' ai figli degli assegnatari

Alloggi popolari, negligenze e abusi

di Federico Minniti 22/03/2018

«Parliamo della negazione del “diritto dei diritti”, avere una casa». Non usa giri di parole Giacomo Marino, una vita in trincea e rappresentante dell’Osservatorio sul disagio abitativo di Reggio Calabria.

Parliamo di attese lunghe 13 anni, come nel caso dell’ultimo bando promulgato dal comune reggino nel 2005, e di «un sistema illegale» diffuso. Perché, e questo è il dato più paradossale, Reggio Calabria è una delle città che dispone più alloggi popolari di Italia: ben 7.800, quasi il 10% dell’intero abitato cittadino. Tante a tal punto da poter soddisfare, senza alcun patema d’animo, le necessità delle tante famiglie richiedenti, circa 1.500.

Ma allora perché la situazione è allo stallo? I motivi sono diversi seppur accomunati da un elemento, secondo Marino, «c’è poco interesse verso questo tema, sembra quasi che il dramma dei richiedenti alloggio non li riguardi». Il rappresentante dell’Osservatorio sul disagio abitativo si rivolge agli amministratori pubblici, seppur da questa legislatura più di un segnale di apertura era stato lanciato con decine di audizioni tra le associazioni e l’apparato politico–burocratico dell’Ente.

Attenzione che si era concretizzata anche con una delibera di Consiglio Comunale che invitava la Giunta a seguire la legge regionale 32 del 1996. Un “richiamo” doveroso in virtù, soprattutto, dell’assenza delle verifiche sui requisiti di chi oggi continua ad usufruire dell’alloggio popolare pur potendo permettersi ben altro. «Esistono centinaia di casi di sub– affitto degli appartamenti oppure dimore che vengono lasciate vuote per attendere i matrimoni dei figli e cederli “in eredità” a loro – spiega Marino – o addirittura l’uso degli alloggi popolari come depositi o improvvisati esercizi commerciali».

Insomma c’è l’anarchia più totale nel nome di una legge non scritta (e non prevista assolutamente dal regolatore) che l’alloggio popolare resta «a vita» al destinatario. Così non è, infatti la legge 32 della Regione Calabria parla chiaro: gli alloggi devono restare agli assegnatari fino a che gli stessi «si trovano in stato di reale bisogno». Eppure i controlli potrebbero essere fatti con pochi semplici clic. Basterebbe, infatti, intrecciare i dati del reddito, delle proprietà catastali e delle utenze per sapere se e come quegli appartamenti sono utilizzati secondo quanto previsto dalla normativa vigente. Il problema, quindi, non è lo sgombero degli abusivi, quello semmai è l’effetto di un mancato controllo dei requisiti di quanti fanno un uso distorto di un bene pubblico. Un patrimonio immobiliare immane, parliamo di centinaia di appartamenti, in mano a gente che strumentalizza il bisogno altrui.

È chiaro che la negligenza istituzionale, in questo senso, provochi un doppio danno. Il primo a tutte le famiglie realmente bisognose che si trovano a combattere con sfratti esecutivi, poiché impossibilitati ad onorare l’affitto pattuito, e il secondo al mercato immobiliare costretto ad avere “competitor” nascosti, ma altrettanto agguerriti. C’è poi un altro dato che, spesso, sfugge all’analisi sul tema degli alloggi popolari.

La normativa, infatti, prevede che le entrate del settore – derivanti dai canoni mensili e dalle vendite di parte del patrimonio edilizio – vengano riutilizzati nello stesso settore sia per la manutenzione che per l’eventuale acquisto di nuovi immobili. Rispetto a questo tema è emerso come fino al 2017 (nel triennio che parte dal 2015), il Comune di Reggio Calabria abbia “accantonato” ben 2,8 milioni di euro derivanti dall’edilizia popolare. Questa somma, l’anno scorsa, è stata inserita nel piano economico triennale (2017–2019) così ripartendoli: 1,3 milioni da spendere l’anno di esercizio 2017, 500mila euro nel 2018 e l’ulteriore milione di euro nel 2019. A quanto si apprende, però, nessun bando di affidamento dei lavori di manutenzione né nessuna procedura di acquisto di nuovi immobili comunali è stata istruita nel 2017. Che fine hanno fatto questi soldi? Eppure non mancano tanti appartamenti del patrimonio edilizio pubblico che versano in condizioni davvero pericolose per i cittadini che risiedono. Si tratta di dubbi leciti, sui quali l’Amministrazione Comunale – che si è certamente mostrata maggiormente sensibili al tema rispetto al recente passato, come attestano le tante iniziative istituzionali portate avanti – deve fare piena chiarezza.

«Il turn–over fisiologico – conclude Marino – porterebbe a “sbloccare” almeno trecento appartamenti che potrebbero essere destinati alle famiglie aggiudicatarie e che aspettano dal 2005».

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