accedi | registrati | 15-11-2018

Un viaggio all’interno dei centri di recupero dalle droghe con Luciano Squillaci, presidente nazionale della Fict

Solo nelle fragilità è possibile trovare l’immagine della purezza

di Luciano Squillaci 01/04/2018

Qualche tempo fa, un ragazzo che aveva lottato per anni contro la droga ed aveva completato il percorso di recupero in comunità, provò a spiegarmi cosa avesse significato per lui rinascere alla vita.

Mi raccontò di come fosse caduto e ricaduto più volte, di come avesse distrutto lentamente la propria famiglia, di come avesse allontanato le persone care, gli amici, di come si fosse ritrovato ogni giorno più solo.

Una vita distrutta, ridotta in mille piccoli, inutili frammenti.

Una di quelle esistenze “disperate” che, sempre più spesso, riempiono i margini oscuri di una società ormai anestetizzata di fronte ai quotidiani drammi dei suoi figli più fragili.

Mi raccontò di come un giorno, toccato il fondo, aveva iniziato la lenta risalita, di quanto lungo e difficile fosse stato il percorso terapeutico.

Di come arrivò in comunità con una vita ridotta in pezzi, e di come anche ora, che aveva faticosamente rimesso insieme i mille piccoli frammenti, fossero ancora chiaramente visibili le cicatrici di quelle tante ferite.

La sua vera rinascita, mi spiegò, era iniziata quando aveva imparato a dare valore ad ogni singolo, piccolo frammento di quella vita in frantumi, ed aveva imparato a custodire gelosamente le proprie cicatrici, riconoscendo in esse il prezzo della propria fragilità.

In Italia oggi si contano oltre 700 mila tossicodipendenti, quasi 1 mil. e 500 mila alcolisti e 800 mila dipendenti dal gioco d’azzardo. Un esercito di disperati, reietti, esclusi, sui quali nessuno vuole più scommettere.

Eppure, per migliaia di loro, ogni giorno, si rinnova il miracolo della vita. Nelle oltre 900 comunità e nei 650 servizi pubblici, accompagnati da operatori sanitari ed educatori, queste persone provano a scegliere per la propria libertà.

E’ un cammino di rinascita, una piccola Pasqua di resurrezione, che si rinnova con cocciuta resilienza per molte vite date per perse, ed oggi restituite alla società.

Il lavoro più faticoso con chi si avvicina ferito e sconfitto alle nostre Comunità, ai nostri servizi, sta proprio nel processo di ricostruzione della Speranza, nel convincere queste persone “a pezzi” che è ancora possibile un domani diverso.

Per noi cristiani si tratta di fare nostro il messaggio salvifico della Pasqua.

Il Vangelo di Marco, nel racconto della Passione, parla di un ragazzo che “seguiva” Gesù nel Getsemani e che fuggì, nudo, dopo che mani di soldati gli avevano afferrato il lenzuolo di cui era vestito nel tentativo di catturarlo.

E’ forse l’immagine che più si avvicina a quelle persone che lottano quotidianamente per riscostruire la propria vita.

Nella preparazione della Pasqua di nostro Signore, appaiono come quel ragazzo, che immagino appena dietro Gesù, che “lo segue”, e che fugge nudo, rivestito solo della propria fragilità, lasciando quel lenzuolo, la “sindone”, simile ad un altro che lì a breve avrebbe raccolto l’ultima effige dell’amore del Cristo.

Ed è bello pensare che abbia seguito Cristo anche sul calvario, la via della croce, e che qualche giorno dopo, attonito e grato, abbia potuto assistere, insieme alle donne, al miracolo di quella pietra rotolata davanti al sepolcro ormai vuoto.

Ed in quella nuda fragilità è possibile trovare l’immagine della purezza riacquistata, di una speranza rinnovata, il faticoso rialzarsi dall’inutile obblio di vite altrimenti sprecate.

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2017 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative