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Un’esplosione che 'parla' e che sfida tutti

Cosa c’è dietro al gesto eclatante dei clan: a loro serve rivendicare il controllo del territorio

di Toni Mira 11/04/2018

Due autobombe in sei mesi, e proprio nel Vibonese. Bombe che parlano, che sfidano. La ’ndrangheta ha usato questo eclatante strumento di morte dopo un lungo silenzio. Due giorni fa nelle campagne di Limbadi, il 25 settembre 2017 a Savini, frazione di Sorianello nel cuore delle Preserre vibonesi. Obiettivo era Nicola Ciconte, 28 anni, che malgrado le gravissime ferite si era salvato. Un’azione che gli inquirenti avevano inserito nella faida tra i clan Emanuele e Loielo, quest’ultimo strettamente legato alla cosca Mancuso di Limbadi. Un’autobomba in chiave interna tra i clan, per ribadire il proprio potere. E facendolo nel modo più appariscente, ben più dei colpi di lupara o kalashnikov. Solo per questo la ’ndrangheta si espone, esce dal suo agire sotto traccia. Lo fa per dire «ci sono», «comando io» o per caricare di significato simbolico un omicidio. Così era accaduto a Gioia Tauro il 26 aprile 2008 quando la cosca Crea di Rizziconi, ovviamente col via libera della potentissima 'famiglia' Piromalli dominante nella Piana e alleata dei Mancuso, aveva ucciso con un’autobomba l’imprenditore Nino Princi, colpevole di aver contribuito all’arresto del capo clan Teodoro Crea 'Toro'. Vendetta, certo, ma anche un messaggio molto chiaro. Ed è quello che conta.

I clan sanno che così faranno accendere i riflettori, provocheranno la reazione delle forze dell’ordine, lo mettono in conto. Ma a loro serve rivendicare il controllo del territorio. E quindi è necessaria l’azione eclatante, quasi terroristica. In chiave interna e anche nei confronti delle istituzioni. Potrebbero essere queste le piste per l’autobomba di Limbadi, perché se fosse stata solo una questione di contrasti sui terreni, peraltro bene altamente simbolico per le ’ndrine, sarebbe bastato un classico agguato a pallettoni. Invece la cosca ha voluto dire a voce alta che non si possono contrastare i propri interessi. Ma la morte così violenta di Michele Vinci potrebbe essere anche un messaggio per rivendicare la leadership dei Mancuso, che alcune 'famiglie' avevano cominciato a mettere in discussione, come si legge nell’ultima Relazione della Procura nazionale antimafia. «Volendo tentare un’interpretazione delle dinamiche criminali della cosca, si può ritenere che i recenti propositi di affrancamento di alcuni dei gruppi satellite, parrebbero rientrati in funzione della linea imposta da Mancuso Luigi, che avrebbe intrapreso una strategia tesa a ricompattare sia le storiche spaccature interne alla propria famiglia che le situazioni di conflittualità create dai possibili dissidenti. Quest’iniziativa, tuttavia, non sembra sia stata del tutto condivisa dagli esponenti di rilievo dei gruppi criminali-satellite». Ricordiamo che Luigi Mancuso è l’attuale guida indiscussa del clan, arrestato il 12 agosto 2017 dopo tre anni di irreperibilità, ma poi scarcerato dopo appena due giorni. Quella bomba, dunque, non solo uccide ma parla. E, molto probabilmente, parla anche alle istituzioni che dopo anni di sottovalutazioni, hanno finalmente rafforzato il contrasto contro i Mancuso e i clan satelliti. Sempre nella Relazione della Dna di un anno fa si legge che «come si è avuto modo di sottolineare anche nelle precedenti relazioni, le attività svolte dalla Dda di Catanzaro in relazione al sistema criminale attivo in Vibo Valentia risultano, come è del resto comprensibile alla luce della elevatissima densità criminale della provincia, avere solo marginalmente intaccato l’articolata serie di organizzazioni collegate ai Mancuso, e necessiterebbero di ulteriori approfondimenti, aggiornamenti e certamente notevole impulso, anche e soprattutto in ragione del fatto che la struttura criminale vibonese si presenta poco penetrabile, per l’assenza di significativi fenomeni di collaborazione con la giustizia». In questo ultimo anno, soprattutto dietro impulso del prefetto di Vibo Valentia, Guido Longo, 'poliziotto' di grande esperienza, e del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, l’aria sta cambiando e duri colpi sono stati inferti al sistema del clan vibonesi e a chi li ha tollerati, protetti soprattutto nel mondo politico. Scriveva ancora la Procura antimafia: «Dalle indagini emerge il costante intervento delle cosche al fine di condizionare anche i processi elettorali, penetrare nel tessuto economico condizionando gli appalti; emergono, inoltre, le strette relazioni intessute con personaggi, anche di rilievo, della politica, dell’amministrazione locale, anche regionale e delle istituzioni». Non è un caso che siano stati sciolti ben 19 consigli comunali per infiltrazione mafiosa, due sono attualmente commissariati, Nicotera e Tropea, e potrebbe toccare presto proprio a Limbadi, oltre che a Briatico e San Gregorio d’Ippona. La risposta ora c’è, e i clan provano ad alzare il tiro.

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