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L’intervista al rettore dell’Università per gli stranieri "Dante Alighieri” di Reggio Calabria, Salvatore Berlingò

Università 'Dante Alighieri', il laboratorio delle contaminazioni

di Davide Imeneo e Federico Minniti 15/04/2018

Salvatore Berlingò, rettore dell’Università per gli stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria ci accoglie nel suo ufficio. La sobrietà degli elementi è paradigmatica di un personaggio di cultura, ma schivo ai riflettori mediatici.

Qual è il termometro odierno per concepire Reggio Calabria come crocevia di culture? Intanto registriamo l’incremento dei flussi migratori sul territorio metropolitano; un fenomeno da analizzare anche alla luce dei dati forniti dal rapporto della Fondazione “Leone Moressa”: vi è, infatti, un aumento di stranieri che rimangono a Reggio Calabria. Qualcuno ha anche ironizzato su questo aspetto: si sostiene che gli stranieri scelgano di permanere a Reggio in virtù del basso livello della qualità della vita. Questo è un falso storico e ideologico. In realtà è una questione di Dna reggino fatto di grandi sensibilità verso le diversità.

Si spieghi meglio. Giustino Fortunato, uno dei più importanti meridionalisti di sempre, sosteneva che la Calabria fosse un lembo di detriti accumulati nella periferia del continente europeo. Si tratta di stratificazioni che consentono, però, l’unicità della coltura del bergamotto. Cosa voglio dire? Reggio Calabria è il terreno fertile per l’interculturalità. Una vocazione naturale, insomma. La definirei una risorsa per lo sviluppo della Città Metropolitana. Aggiungo: se questo territorio non riesce ad essere polo di attrazione dal punto del vista della sua internazionalizzazione, allora difficilmente potremmo godere dei benefici dettati dallo status metropolitano. In questa direzione, ormai vent’anni fa, si è scommesso sull’Università per gli stranieri.

Da dove nasce questa intuizione? Voleva essere, e lo sta sempre di più diventando, un centro d’eccellenza per la formazione dell’inter–cultura. Prima o poi le rotte del Mediterraneo sarebbero tornate a essere baricentriche a livello delle mobilità internazionali.

Un’idea pioneristica che forse, nel momento della massima urgenza, è stata dimenticata dalle Istituzioni. Secondo lei, perché? Devo essere drastico: si è mancato di coraggio e di lungimiranza politica. Si è puntato a ottenere consenso attraverso piccole cerchie e ristrette clientele e non attraverso progetti che fanno crescere la comunità. Tornando all’Università “Dante Alighieri”, ma restando ancorati all’attualità.

Quali sono gli sforzi accademici che state mettendo in atto? Abbiamo orientato i piani formativi e di ricerca scientifica nella direzione dell’interculturalità. Reggio Calabria è stata la seconda università d’Italia ad avviare dei corsi di laurea con questa accezione specifica; la prima è stata Trieste che però recentemente ha visto sopprimere questo percorso di studi. C’è una difficoltà oggettiva, per le università generaliste, di sostenere questo tipo di esperienza. Attenzione: si tratta di Università “per” gli stranieri e non “di” stranieri: nelle nostre aule, infatti, studiano tanti italiani che si formano a rapportarsi con gli stranieri. Si tratta di un unicum italiano: non si punta all’assimilazione, ma alla contaminazione delle culture. Un laboratorio «contaminante» che fornisce continui spunti di approfondimento e di ricerca per i giovani studenti. Le cito una sperimentazione in atto che è considerata all’avanguardia continentale. Si tratta del corso per mediatore per l’intercultura e la coesione sociale in Europa, voluto dal ministero dell’Interno e da quello dell’Università, che è stato inserito nel Fondo per l’assistenza dei migranti a livello europeo. Si può essere eccellenza, anche a Reggio Calabria, anche immaginando percorsi di inclusione reale con i migranti.

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