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Francesco ai neocatecumenali: «Il vostro carisma, un grande dono»

Oggi a Tor Vergata il raduno in occasione dei 50 anni del Cammino neocatecumenale

di Redazione Web 05/05/2018

Il Papa è arrivato alle 11, puntuale sulla tabella di marcia prevista, nella spianata dell’Università di Tor Vergata, per l’incontro in occasione dei 50 anni del Cammino neocatecumenale.

Ad attendere Francesco, partito circa mezz’ora prima in automobile da Santa Marta, 150mila persone da tutti i cinque continenti, insieme con cardinali, vescovi e altre personalità. Durante l’incontro Papa Francesco ha benedetto le croci e ha inviato 34 nuove “missio ad gentes” – formate da 4-5 famiglie con numerosi figli e un sacerdote – che, su richiesta di altrettanti vescovi, evangelizzeranno in zone secolarizzate o con una scarsa presenza di chiesa, nelle città di tutto il mondo.

Il Papa ha inviato, inoltre, 25 comunità delle parrocchie di Roma che hanno concluso questa iniziazione cristiana e si sono offerte per andare in missione in parrocchie di periferia, dove sono state richieste per chiamare i “lontani” alla fede. Il Cammino neocatecumenale, fondato da Kiko Arguello in Spagna nelle baracche di Palomeras Altas, è a servizio dei vescovi e dei parroci come itinerario di riscoperta del battesimo e della formazione di fede permanente e viene proposto ai fedeli che desiderano ravvivare nella loro vita la ricchezza della formazione cristiana.
Attualmente il Cammino neocatecumenale è presente in 134 nazioni, in tutti e cinque i continenti, con 21.300 comunità in 6.270 parrocchie e 1.668 famiglie in missione, tra le quali 216 sono “missio ad agentes” in città scristianizzate di tutti e cinque i continenti. Ai “numeri” della comunità vanno aggiunti i 120 seminari diocesani missionari. A Roma più di 104 parrocchie ospitano il Cammino, con un totale di 477 comunità, quasi tutte piene di giovani. Attualmente il Cammino conta 700 catechisti-itineranti che evangelizzano in 134 nazioni dei 5 continenti. Dal 1990, anno delle prime ordinazioni, ad oggi i presbiteri ordinati nei seminari Redemptoris Mater sono circa 2.380, e altri 2.300 giovani si stanno preparando al sacerdozio.

«Sono felice di incontrarvi e di dire oggi con voi: grazie! Grazie a Dio, e anche a voi, soprattutto a quanti hanno fatto un lungo viaggio per essere qui». Il discorso del Papa comincia con i ringraziamenti. «Grazie per il ‘sì’ che avete detto, per aver accolto la chiamata del Signore a vivere il Vangelo e ad evangelizzare. E un grande grazie va anche a chi ha iniziato il Cammino neocatecumenale cinquant’anni fa», ha detto Francesco rivolgendosi a Kiko Arguello. «Cinquanta è un numero importante nella Scrittura», ha ricordato il Papa citando la Bibbia e il Vangelo: «Dopo cinquant’anni di Cammino – l’auspicio rivolto alle 150mila persone che affollano oggi la spianata davanti all’ateneo romano – sarebbe bello che ciascuno di voi dicesse: ‘Grazie, Signore, perché mi hai davvero liberato; perché nella Chiesa ho trovato la mia famiglia; perché nel tuo battesimo le cose vecchie sono passate e gusto una vita nuova; perché attraverso il Cammino mi hai indicato il sentiero per scoprire il tuo amore tenero di Padre». Riferendosi al canto del “Te Deum”, che è stato cantato alla fine, Francesco ha commentato: «È molto bello questo: ringraziare Dio per il suo amore e per la sua fedeltà. Spesso lo ringraziamo per i suoi doni, per quello che ci dà, ed è bene. Ma è ancora meglio ringraziarlo per quello che è, perché è il Dio fedele nell’amore. La sua bontà non dipende da noi. Qualsiasi cosa facciamo, Dio continua ad amarci fedelmente. Questa è la fonte della nostra fiducia, la grande consolazione della vita». «Allora coraggio, non contristatevi mai», l’invito: «E quando le nubi dei problemi sembrano addensarsi pesantemente sulle vostre giornate, ricordatevi che l’amore fedele di Dio splende sempre, come sole che non tramonta. Fate memoria del suo bene, più forte di ogni nostro male, e il dolce ricordo dell’amore di Dio vi aiuterà in ogni angustia».

Il “grazie” più “importante”, nel suo discorso ai neocatecumenali, il Papa lo ha riservato «a quanti state per andare in missione»: «Sento di dirvi qualcosa dal cuore proprio sulla missione, sull’evangelizzazione, che è la priorità della Chiesa oggi», ha quasi confessato Francesco, «Perché missione è dare voce all’amore fedele di Dio, è annunciare che il Signore ci vuole bene e che non si stancherà mai di me, di te, di noi e di questo nostro mondo, del quale forse noi ci stanchiamo», ha spiegato il Papa: «Missione è donare ciò che abbiamo ricevuto. Missione è compiere il mandato di Gesù che abbiamo ascoltato e su cui vorrei soffermarmi con voi: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”».
«Andate», il primo imperativo declinato da Francesco: «La missione chiede di partire. Ma nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo. È più facile rimanere a casa, circondati da chi ci vuol bene, ma non è la via di Gesù. Egli invia: ‘Andate’. Non usa mezze misure. Non autorizza trasferte ridotte o viaggi rimborsati, ma dice ai suoi discepoli, a tutti i suoi discepoli una parola sola: ‘Andate!’. Andate: una chiamata forte che risuona in ogni anfratto della vita cristiana; un invito chiaro a essere sempre in uscita, pellegrini nel mondo alla ricerca del fratello che ancora non conosce la gioia dell’amore di Dio».

Per andare «bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa», come insegna la Bibbia: «Per andare bisogna essere leggeri. Per annunciare bisogna rinunciare», ha ribadito il Papa, che poi ha ammonito: «Solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore. Solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia in modo credibile che Cristo libera l’uomo. E chi, per suo amore, impara a rinunciare alle cose che passano, abbraccia questo grande tesoro: la libertà. Non resta più imbrigliato nei propri attaccamenti, che sempre reclamano qualcosa di più ma non danno mai la pace, e sente che il cuore si dilata, senza inquietudini, disponibile per Dio e per i fratelli».

«Gesù risorto dice: ‘Fate discepoli’. Non dice: conquistate, occupate, ma ‘fate discepoli’, cioè condividete con gli altri il dono che avete ricevuto, l’incontro d’amore che vi ha cambiato la vita». Con queste parole il Papa ha descritto il “cuore della missione”, che consiste nel “testimoniare che Dio ci ama e che con lui è possibile l’amore vero, quello che porta a donare la vita ovunque, in famiglia, al lavoro, da consacrati e da sposati». Missione, ha proseguito Francesco, «è tornare discepoli con i nuovi discepoli di Gesù. È riscoprirsi parte di una Chiesa discepola», perché «la Chiesa è maestra, ma non può essere maestra se prima non è discepola, così come non può esser madre se prima non è figlia. Ecco la nostra Madre: una Chiesa umile, figlia del Padre e discepola del Maestro, felice di essere sorella dell’umanità». «Questa dinamica del discepolato – il discepolo che fa discepoli – è totalmente diversa dalla dinamica del proselitismo», ha puntualizzato il Papa: «Qui sta la forza dell’annuncio, perché il mondo creda. Non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire». «E voi avete nel vostro ‘dna’ questa vocazione ad annunciare vivendo in famiglia, sull’esempio della Santa Famiglia: in umiltà, semplicità e lode», l’omaggio di Francesco al carisma del Cammino fondato da Kiko Arguello: «Portate quest’atmosfera familiare in tanti luoghi desolati e privi di affetto. Fatevi riconoscere come gli amici di Gesù. Tutti chiamate amici e di tutti siate amici».

Per Gesù, «nessuno è escluso», perché «nel suo cuore c’è posto per ogni popolo» ha assicurato Francesco, nella parte finale del discorso rivolto dalla spianata di Tor Vergata ai neocatecumenali. «Come i figli per un padre e una madre», l’esempio scelto da Francesco: «anche se sono tanti, grandi e piccini, ciascuno è amato con tutto il cuore. Perché l’amore, donandosi, non diminuisce, ma aumenta. Ed è sempre speranzoso. Come i genitori, che non vedono prima di tutto i difetti e le mancanze dei figli, ma i figli stessi, e in questa luce accolgono i loro problemi e le loro difficoltà, così fanno i missionari con i popoli amati da Dio. Non mettono in prima fila gli aspetti negativi e le cose da cambiare, ma ‘vedono col cuore’, con uno sguardo che apprezza, un approccio che rispetta, una fiducia che pazienta».

«Andate così in missione, pensando di giocare in casa», il mandato: «Perché il Signore è di casa presso ciascun popolo e il suo Spirito ha già seminato prima del vostro arrivo. E pensando al nostro Padre, che tanto ama il mondo, siate appassionati di umanità, collaboratori della gioia di tutti, autorevoli perché prossimi, ascoltabili perché vicini. Amate le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti. Non partite dalle teorie e dagli schemi, ma dalle situazioni concrete: sarà così lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi. E la Chiesa crescerà a sua immagine: unita nella diversità dei popoli, dei doni e dei carismi». «Il vostro carisma è un grande dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo», ha concluso il Papa: «Ringraziamo il Signore per questi cinquant’anni. E guardando alla sua amorevole fedeltà, non perdete mai la fiducia: gli vi custodirà, spronandovi al tempo stesso ad andare, come discepoli amati, verso tutti i popoli, con umile semplicità. Vi accompagno e vi incoraggio: andate avanti!».

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