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La proposta della Fuci: l’Università diventi Comunità

La vita associativa: «È una scelta di vita che ti permette di dare importanza a qualcosa oltre un interesse personale, di spenderti per il bene comune»

di Mara Tessadori 08/05/2018

Luigi Santoro è vicepresidente della Fuci, Federazione universitari cattolici italiani, che nei giorni scorsi ha celebrato a Reggio il 67° Congresso Nazionale.
Da diversi anni Luigi vive a Roma, dove sta vivendo questa esperienza di “volontariato associativo”. «È una scelta di vita che ti permette di dare importanza a qualcosa oltre un interesse personale, di spenderti per un bene che sia comunitario», ci spiega il vicepresidente Fuci. «Trasferirsi in una città completamente diversa per dimensione, abitudini, velocità non è semplice e non mancano i momenti in cui si sente la malinconia per la propria terra e per la propria famiglia. Sono molto legato alla Calabria, a Reggio e al paese dal quale provengo, Diminniti. Nonostante ciò, però, vivere almeno un periodo della propria vita in un contesto culturale differente rispetto a quello a cui siamo abituati e cre- sciuti ci permette di guardare il mondo con occhi nuovi e andare oltre i nostri limiti, per apprezzare ancora di più anche la nostra terra ogni volta che se ne fa ritorno. È stata per me la prima esperienza fuori casa e mi ha permesso di portare la mia cultura e le mie abitudini in altri luoghi, contestualizzandoli all’ambiente che ora vivo. È una scelta che si fa da giovane, ma che darà benefici per tutta la vita perché ti permette di ricalcolare il valore degli affetti e degli impegni quotidiani».

Essere universitari e parlare di universitari: quali possono essere i limiti e i vantaggi di essere soggetto e oggetto della riflessione?
Sicuramente il limite principale è quello di essere coinvolti direttamente e, potremmo dire, emotivamente nella riflessione che si sta compiendo. Questo però potrebbe essere anche un aspetto positivo in quanto capiamo e conosciamo direttamente le problematicità che un universitario si trova a vivere ogni giorno.

Il vostro tema dell’anno è “Su una strada comune – Testimoniare un orizzonte di ricerca”: quanto è importante per un giovane oggi sentirsi parte di un’esperienza di gruppo come quella che offre la FUCI?
Far parte di un gruppo è un’esigenza naturale per qualsiasi giovane. Il fatto di far parte di un gruppo all’interno dell’università che ti permette di integrare approfondimento culturale e spirituale è fondamentale per uno studente: ti aiuta a sentirti meno disorientato in Ateneo e a crescere anche nelle dinamiche tipiche delle comunità dove è necessario coordinarsi e collaborare, a prescindere da legami di amicizia esistenti in precedenza.

Come mai è stata scelta questa tematica?
Pensiamo che nell’anno in cui la Chiesa tutta si sofferma a riflettere su una tematica così importante come “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, noi, giovani studenti universitari, dobbiamo essere i primi a porci in ragionamento diventando soggetto oltre che oggetto del tema. Abbiamo cercato di restringere il range delineato da Papa Francesco (19–30 anni) alla fascia compresa tra i 20 e i 25 anni circa, che vive un ambiente particolare ogni giorno: l’Università. Cosa significa essere universitari oggi è la domanda da cui siamo partiti. Questa generazione deve avere la capacità di rigenerarsi, nel senso di reinventarsi, di ascoltarsi e di orientarsi. Perdere l’identità è spesso molto facile in una società dove si è obbligatoriamente iperconnessi, ma dove non ci si ascolta abbastanza. L’altro diventa qualcosa di estraneo nonostante sia seduto accanto a noi ogni giorno tra i banchi dell’Università. Ecco perché crediamo che approfondire questo tema sia il primo modo per trovare e costruire nuove modalità per vivere questo luogo a noi tanto caro.

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