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L'attore reggino ha vinto la Palma d'Oro per la migliore interpretazione maschile al festival di Cannes

Marcello Fonte, un premio (e una lezione) per Reggio Calabria

di Federico Minniti 21/05/2018

Da qualche ora il suo nome è tra i più ricercati su Google: Marcello Fonte è il vincitore della Palma d'Oro 2018 come miglior attore protagonista. La sua interpretazione del "canaro" della Magliana, al secolo Pietro De Negri, completamente stravolta dal romanzo noir di Matteo Garrone in Dogman ha commosso e convinto la critica. Il film è un dipinto a tinte fosche, ma per Fonte no. Lui lo descrive come «una storia d'amore».
 
Così, con la sua straordinaria semplicità, Fonte ha conquistato tutti. Un po' Massimo Troisi, un po' Buster Keaton. Certo i paragoni "scomodi" non mancano per l'ex ragazzo di Archi, quartiere di Reggio Calabria, che dal 1999 per sbarcare il lunario si è trasferito a Roma a fare «l'aggiusta-tutto». Fonte è uno squattrinato, un po' pazzo, ma che deve al padre «l'arte dell'arrangiarsi che ormai non c'è più», come lo stesso attore premiato a Cannes riferisce nella sua "dedica" per il premio ricevuto.
 
Cresciuto in una baracca al torrente Scaccioti, Fonte ha fatto dell'umiltà, il suo tratto ineguagliabile. Anche nell'interpretazione del "canaro", i suoi occhi rimangono scavati dal tempo, ma incantanti come quelli di un bambino al punto da farlo affezionare pure a un delinquente. Probabilmente il ruolo di De Negri è fatto su misura per Fonte e l'attore reggino lo sa benissimo: «Si chiude un cerchio e se ne apre uno nuovo con questo premio». Un cerchio, quello dello show-business del cinema che lo ha sempre ammaliato, ma mai rapito nelle sue dinamiche.
 
Rimane un ragazzo di periferia, Fonte, seppur trasferito nella Capitale. Non si vergogna delle sue origini, anzi le pone davanti agli occhi di tutti. Pochi giorni prima di Cannes diceva: «Oggi mi piace vivere nei film perché la vita reale mi ha stancato, è troppo difficile». Il realismo di Fonte, in fondo, è lo stesso dei suoi conterranei. Tra sogni, potenzialità e disillusioni.
 
Le stesse che la Palma d'Oro ha dovuto affrontare dopo il (quasi) flop del proprio film autobiografico "L'asino vola" girato proprio nella "sua" Archi. In quel film c'erano le «lamiere» di eternit, le stesse che ha citato ricevendo il riconoscimento dalle mani di Roberto Benigni. C'era l'emarginazione, c'era l'abbandono. Pochissimi notarono quella pellicola; in pochissimi - anche tra quanti oggi plaudono all'orgoglio dei reggini - vollero sostenere e divulgare quell'opera.
 
Allora il premio a Marcello Fonte se da un lato riporta in auge il carattere "greco" dell'indole reggina, che mischia commedia e tragedia nello stesso "bicchiere", dall'altra deve interrogare un territorio che continua a far "scappare" i talenti non potendoli assecondare nelle loro aspettative di vita.

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