accedi | registrati | 16-12-2018

Il presule ha trattato i temi dell'attualità: dal rischio sismico all'educazione sessuale dei giovani

L'omelia del vescovo Morosini alla Messa Pontificale

Un plauso alla gestione dell'emergenza migranti da parte di una città che sa accogliere.

di Giuseppe Fiorini Morosini 13/09/2016

Carissimi fratelli e sorelle,

Abbiamo ascoltato ancora una volta le parole della Sacra Scrittura, che, da sempre, sono alimento della fede di tutti i credenti. Abbiamo ascoltato Isaia, che hanno sorretto la fede e la speranza di Israele, prima, e poi anche della Chiesa: “… Lo spirito del Signore Dio è su di me…e mi ha mandato … per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion, una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto..”. Abbiamo riletto anche quelle di Paolo, che da 2000 anni alimentano e sorreggono la fede dei Cristiani, bisognosi di coraggio e di certezze dinanzi ai mali della vita: Il Signore ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio..”. L’episodio evangelico, infine, quello delle nozze di Cana, dove Maria appare come la Madre attenta e premurosa, è stato sempre l’anima della devozione popolare verso Maria, alla quale il popolo, gemente e piangente in questa valle di lacrime, si è sempre rivolto fiducioso di ottenere consolazione. Dinanzi a questi testi che parlano di un Dio che interviene a consolare il suo popolo, e che spingono alla speranza i cuori affranti e addolorati, l’uomo risponde diversamente, condizionato dagli eventi che vive: c’è chi ringrazia Dio perché è stato aiutato e chi si interroga su dove sia Dio, dinanzi ai problemi e della vita che per lui sembrano non avere mai fine. Fino a quando è lecito annunciare in futuro la speranza, senza mai dare certezze riferite al presente? Miei cari, ho davanti agli occhi in questo momento la tragedia dell’ultimo terremoto, per cui tanta gente ha gridato al miracolo, perché è riuscita a sopravvivere alla tragedia, e gente che piange morti e distruzione, lamentando l’assenza di Dio. Quale consolazione potrà mai essere annunciata a questa gente? È stato l’interrogativo che ho posto alla mia fede nel preparare questa omelia, immaginando anche di interpretare i vostri pensieri: come coniugare il male nel mondo e la consolazione di Dio? Quanta fede si è infranta dinanzi a questo male! Quante speranze sono rimaste deluse! Quanti passi indietro si sono fatti immergendosi nella disperazione della vita! Dopo il terremoto che si è abbattuto sui nostri fratelli, noi ci chiediamo: perché mai dobbiamo chiedere la consolazione di Dio dopo il male, agitandoci nella disperazione e nel dolore, e non sperimentare, invece, la consolazione di Dio che previene il male e ci impedisce così di soffrire? Miei cari fratelli, sono come voi un uomo in cammino nella fede e posso solo pormi, assieme a voi, questo problema e questo interrogativo, senza timore di confessarvi che essere vescovo, a capo di una comunità di fede, non significa non sentire la drammaticità dei problemi o non porsi interrogativi che inquietano e non lasciano spazio a risposte di circostanza: il male rimane sempre un problema, per lo più anche un mistero, sul cui fronte si frantuma la ragione e, purtroppo, anche la fede, quando pretendiamo da Dio una risposta in termini di giustificazione razionale degli eventi. Ma la fede va al di là della dimensione razionale, quando accogliamo e analizziamo la sua definizione biblica: fede è sostanza di cose sperate e argomento di cose che non si vedono. La fede scatta proprio quando la ragione imbocca il tunnel del dolore e della morte; essa, allora, ci prende per mano e ci conduce lungo altri sentieri che non sono quelli dell’evidenza razionale, ma della comprensione dei segni che Dio stesso ci dona, al di là evidenze razionali. In questo cammino l’uomo, preso per la mano dalla fede, si imbatte nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, il segno dei segni. Egli ci ha rassicurati di essere il Figlio di Dio del quale rivela il volto della misericordia. A partire dalla morte e risurrezione di Gesù, analizzati con una ragione illuminata dalla fede, l’uomo cerca di dare una risposta ai suoi interrogativi, consapevole, però, di dover rimanere sempre nella prospettiva delle cose sperate e delle cose che non si vedono. Solo a partire dalla morte e risurrezione di Gesù le parole della Bibbia proclamate possono essere vere per gli uomini di tutti i tempi, perché la loro verità, la consolazione di Dio, non ha avuto una realizzazione storica tale da eliminare il male dal mondo. La morte di Gesù non ha tolto il male dal mondo, ma è la risposta esistenziale di Dio, che nel Figlio incarnato, si è reso solidale con l’uomo. Dio ci consola attraverso la morte e risurrezione di Cristo, in quanto ci fa capire che la morte più crudele e gli eventi umani più tragici e assurdi, sono “piccola cosa” – per quanto drammatica! - dinanzi alla morte del Figlio di Dio fatto uomo. E se la morte di Gesù ha avuto senso, anche il male dell’uomo trova significato inabissandosi in quella morte. È questa la fede pasquale della Chiesa. Questa morte, infatti, è stata riscattata dalla risurrezione, della quale gli apostoli sono stati testimoni: questo riscatto, che è la parola definitiva e vincente di Dio sulla morte, è la base solida della nostra fede; è la giustificazione della consolazione che siamo chiamati ad annunciare. È questa la dimensione di fede, che la ragione, però, non sempre riesce a capire e ad accogliere; per cui, dinanzi al dolore, avremo sempre gente che riscopre l’amore di Dio e gente che lo ripudia, ritenendolo una creazione umana, una specie di antidoto per non soffrire o soffrire di meno. La religione oppio dei popoli, è stata la bandiera dell’ateismo di fine ‘800. La risurrezione di Cristo è per noi la certezza che dolore e morte rientrano in un piano di Dio, oggi a noi sconosciuto, ma che si rivelerà sempre come progetto di bene per l’uomo, alla fine dei tempi. In questo contesto faccio mie (e le consegno a voi) le parole del fratello Vescovo di Ascoli Piceno, il quale, dinanzi alle salme delle vittime del terremoto poté affermare: il terremoto ci può togliere tutto, ma non la fede in Dio. Come Vescovo, guida e custode della vostra fede, non so offrirvi, cari fratelli, altra risposta agli interrogativi che, come uomo, anche io mi sono posto. Vi assicuro, però, che questa è la fede biblica, che scaturisce dal cuore squarciato di Cristo sulla Croce, quando Giovanni, testimone dell’evento, poté dire di se stesso: vide e credette; ed è in forza di questa fede che posso esortare tutti con le parole del profeta Zaccaria: guarderanno a colui che hanno trafitto. Potrei concludere qui la mia omelia. Ma la riterrei monca rispetto alla mia responsabilità di guida di questa Chiesa diocesana, se non toccassi due altri punti essenziali per dare senso all’annuncio della consolazione di cui desideriamo essere portatori, come Maria. Essi vertono sulle nostre responsabilità di uomini, chiamati ad essere protagonisti del loro benessere e del loro futuro. Esiste, infatti, una consolazione che possiamo darci da noi, senza doverla chiedere a Dio. E l’ambito di questa consolazione è la prevenzione del male, nei limiti in cui possiamo prevenirlo, e la nostra giusta condotta morale. Sappiamo, infatti, che la nostra moralità è causa diretta, spesso, dei nostri mali, per i quali nulla ha a che fare Dio, che può solo soffrire con noi per i mali che ci procuriamo. L’ultimo terremoto ha richiamato ancora una volta la nostra attenzione sul rapporto dai noi istaurato con il creato in genere e con il proprio ambiente in particolare. Il grido del Papa è stato ed è forte in tal senso. La brevità del tempo non mi permette di fare citazioni. Ma ormai abbiamo preso coscienza che la cultura consumistica ci ha indotti ad un rapporto sbagliato con la natura; i disastri procurati al creato, alcuni forse irreversibili, ci richiamano ancora una volta alla sobrietà di vita e ad una ecologia spirituale, che significa rispetto della natura e della vita umana. Che c’entra Dio con l’aria irrespirabile, con i mari inquinati, con lo sciupio dell’acqua e del cibo dinanzi alla fame del mondo, con i cumuli di spazzatura che rendono l’ambiente invivibile? Che consolazione Dio può darci se è l’allontanamento dalla sua legge a provocare questo scempio? In questi giorni si sono sprecate parole sulla possibilità di prevenire i danni del terremoto, sulla messa in sicurezza degli edifici, sul denaro sprecato in tal senso, e sugli imbrogli perpetrati da gente senza scrupoli. Se questi provvedimenti non vengono presi, se la corruzione è sempre imperante, che consolazione possiamo chiedere a Dio? Non è sufficiente la gara di solidarietà per soccorrere le popolazioni colpite, per poterci definire un popolo civile, che rispetta la vita umana. È opera consolatoria prevenire il male, correre ai ripari per mettere in sicurezza gli edifici, i letti dei fiumi, fermare l’abusivismo. È opera consolatoria impiegare il denaro elargito per questi scopi, sconfiggendo la corruzione nell’amministrazione della cosa pubblica, che è uno dei nostri mali endemici e un vero attentato alla vita umana. Aver visto in questo terremoto sbriciolarsi edifici sui quali si era intervenuti per renderli antisismici, ci pone l’interrogativo se il dio denaro possa essere ancora così cinico ed impietoso! In questa situazione, che diritto abbiamo di chiedere la consolazione di Dio? Vedere sulla nostra Regione, nelle mappe del pericolo sismico in Italia, il rosso del rischio grave, ci fa chiedere: non sarebbe già opera consolatoria per il popolo sapere che questo problema verrà affrontato rapidamente? Mi auguro e prego intensamente Dio che non si aspetti il peggio, che non si attendano riti strazianti e si sprechino discorsi inutili. Dobbiamo tenere saldo in mano oggi il nostro futuro e chiedere a Dio la forza di essere noi stessi, per quel che possiamo, consolatori di noi stessi. Se spostiamo, poi, l’attenzione sul fronte rapporto fede/vita, cuore della mia azione pastorale, troviamo un nuovo stimolo alla riflessione. La scissione tra fede e vita è l’assurdo di certe celebrazioni patronali con processioni senza senso. Non voglio generalizzare, perché la fede di tanta parte del nostro popolo è grande e c’è lo sforzo di coniugarla con la vita. L’ho visto ancora una volta in questi giorni in Cattedrale: il popolo commosso che con fede e amore ha gremito oltre ogni aspettativa il tempio, ha pregato, si è accostato ai sacramenti, ha sfilato dinanzi al quadro della Madonna. È frutto anche delle vostro zelo pastorale, cari sacerdoti, per il quale vi chiedo di andare avanti. Ma c’è bisogno di insistere ancora sulla revisione della nostra vita. Non si può parlare di fede come tessuto che regge a livello generale, nel nostro paese, nella nostra Regione o nella nostra città, sei poi permangono i bubboni della corruzione e della delinquenza organizzata, con le sue minacce, le sue tangenti, i suoi attentati 8l’utlimo è di avantieri), i suoi omicidi, il suo apparato di potere che si insinua dappertutto. Più si affossa il coltello delle indagini e più schizza fuori il marcio, in una progressione senza fine. Ci stiamo abituando ormai a camminare su un doppio binario: la presunzione di una fede religiosa confinata ai gesti convenzionali della tradizione religiosa, tra i quali purtroppo tante volte anche i sacramenti, e le convinzioni morali che regolano poi il nostro agire. La nostra società diventa sempre più laica, sempre più ispirata a valori non cristiani, e ciò pone seri interrogativi a certe nostre manifestazioni ufficiali alle quali poniamo un sopravveste religiosa. In questi giorni ho pensato molto all’educazione dei ragazzi e dei giovani. Sono ancora i valori cristiani a guidarli? Ognuno ha il suo modo vedere l’educazione sessuale, il modo di partecipare all’impegno di cittadinanza e di legalità. Sotto la vara della Madonna siamo tutti credenti, fuori di essa, però, ognuno prende la propria strada e si crea i propri schemi di vita, che non corrispondono a quando la Madonna ci chiede: Fate quello che Gesù vi dice di fare. Il nostro Parlamento si appresta a regalarci la legge sulla depenalizzazione delle droghe leggere per uso personale, che prevede, se non vado errato, anche la coltivazione libera, sempre per l’uso individuale. Un altro passo avanti verso una visione di libertà, che va contro i valori cristiani. La motivazione addotta è che tale liberalizzazione aiuterebbe a sconfiggere la criminalità organizzata; essa è stata giudicata inconsistente anche fuori dell’ambito ecclesiale, dichiarando il provvedimento immorale. E ciò non può che lasciarci contenti, convinti che le norme morali cristiane, quando si cerca veramente il bene, non possono che essere accettate e condivise anche dalla ragione che cerca veramente il bene. Il male non si combatte con un altro male. E l’uso di droga è sempre una violenza sull’equilibrio della persona. Dovremo abituarci a veder vendere la droga dinanzi alle scuole, così come si vendono i gelati? Speriamo che le famiglie sappiano reagire e riscoprire il loro ruolo educativo con coraggio e coerenza. Un’ultima considerazione sulla consolazione che noi stessi siamo chiamati ad annunciare ed a vivere, in nome di Dio, è quella riferita all’accoglienza che la nostra città, con un’organizzazione ben coesa, ha dato a tanti disperati sbarcati sulle nostre coste. Questa splendida testimonianza di umanità e di fede che è diventata consolazione per tanti, ha fatto di Reggio la città dell’accoglienza. Un grazie sincero a tutti i protagonisti: Istituzioni, Forze dell’Ordine, volontariato. Un grazie speciale vada alla nostra Charitas e ai volontari che coordina. La nostra Diocesi farà ancora la sua parte; l’auspicio è che le si consenta di farlo con dignità e non solo per “tappare dei buchi”; e soprattutto che essa venga riconosciuta come interlocutrice diretta e non solo come supporto volontaristico. Questo è un problema che va affrontato. Un’accoglienza dignitosa richiede non solo la soluzione del primo arrivo, ma l’assistenza quotidiana ed educativa soprattutto dei minori. Non può il volontariato rispondere a quelle situazioni che chiedono un impegno preciso istituzionale e l’assunzione di responsabilità dinanzi alla cittadinanza. I centri di accoglienza della città rischiano di essere delle bombe sociali, se manca questa attenzione, che è la vera azione consolatrice dopo la prima svolta nell’emergenza dell’approdo. Madre dolcissima, Vergine Consolatrice, nelle tue mani deponiamo ogni nostro desiderio, i nostri buoni propositi, le nostre paure, le nostre speranze, le nostre stanchezze. Veglia sulla nostra amata città e su quanti, a vario titolo, sono preposti a governarla e desiderano impegnarsi per il suo futuro, su quanti vigilano sulla nostra sicurezza e sull’amministrazione della giustizia. Veglia sulla Chiesa, in particolare su questa nostra Chiesa diocesana, e concedile il dono del coraggio, della profezia, della prossimità, di una fede profondamente incarnata nella vita. Tu, che sei Madre e sai prenderti cura di tutti i tuoi figli, veglia in particolare sulle nostre famiglie, sulle mamme ed i papà, perché siano custodi premurosi ed attenti della vita dei loro figli e siano presenti in ogni loro bisogno di verità, di accompagnamento, di pulizia, di bellezza! Veglia sui giovani, sui malati, sugli anziani, su chi fa i conti, ogni giorno, con l’amarezza della solitudine o con la fatica del vivere…Veglia, dolce Madre della Consolazione! Veglia, ed impetra per noi, dal tuo Gesù, la fede, la speranza e l’amore.

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