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L'intervento del vescovo di Locri-Gerace rispetto alla situazione che vivono i piccoli enti locali della diocesi jonica

Comuni sciolti, Oliva: «Attenzione ai ''vuoti'' di democrazia»

di Francesco Oliva * 05/06/2018

A chi affidare le sorti dei nostri piccoli comuni, comuni impoveriti, sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso, in stato di dissesto finanziario, commissariati? “A Dio”, avrebbero risposto le nostre nonne. Eppure non basta. Dio chiede all’uomo un’insostituibile collaborazione nella costruzione della città terrena. Ha bisogno delle nostre mani, della nostra intelligenza, del nostro cuore, per condividere difficoltà e problemi. Ha bisogno della nostra disponibilità a costruire insieme un mondo più giusto e più bello, ha bisogno della saggezza che aiuta a discernere il bene ed il male. Ha bisogno di tutti e di ciascuno. Nessuno, cittadini ed autorità, si può tirare indietro di fronte alle sorti della propria terra nel promuovere quel bene-essere che solo insieme può essere raggiunto. Tirarsi indietro o aspettarsi dagli altri la soluzione delle difficoltà del territorio preclude la speranza di un futuro migliore. E’ vero: un popolo risente del proprio passato, delle ferite prodotte da quanti hanno privilegiato il proprio interesse, come beneficia anche dei sacrifici di quanti hanno saputo far tesoro del proprio ingegno e lavoro. Penso ai tanti emigrati, che, attraverso grandi sacrifici personali, hanno contribuito allo sviluppo del proprio paese. Abitiamo una terra che soffre e spera. Soffre le povertà e fragilità del territorio, l’emarginazione e l’isolamento. Ma che sa anche sperare senza lasciarsi cadere in recriminazioni senza senso.

Il governo della propria città è troppo importante per essere affidato a mani egoiste e prepotenti, ai signori del malaffare e della disonestà, a quanti vanno a braccetto con il compromesso, la corruzione e la criminalità. E’ troppo importante sposare il futuro della nostra terra, consegnare le proprie sorti ad amministratori attenti e pronti a pagare anche di persona, pur di non tradire la fiducia ricevuta. In prossimità delle elezioni, molti nostri paesi sono chiamati ad esprimere le proprie preferenze. Non sia una scelta dettata da interessi egoistici e di partito, ma dal volere il bene di tutti in un contesto in cui c’è da combattere per risollevare una condizione economica e sociale molto depressa. Rinunciare al voto è arrendersi, come anche indebolire un sistema democratico, che in tanti anni di Repubblica ha assicurato la pace e la ricostruzione di un Paese mal ridotto per le conseguenze di due guerre mondiali. Leggevo in una lapide affissa al Palazzo municipale di san Luca i nomi delle vittime della rivolta contro i francesi nel 1806. Pensavo al sangue dei tanti figli di questa terra morti nei conflitti bellici ricordati nei monumenti sparsi nelle piazze dei nostri paesi. Interpretavo il senso del loro sacrificio: quel sangue non è stato versato invano, se ciascuno s’impegna nel costruire una comunità di pace, una convivenza serena, in cui regna la giustizia e a tutti sono riconosciuti i diritti fondamentali. Specie il diritto al lavoro e ad abitare con dignità la terra che lo ha generato.

Hanno ragione quanti denunciano il vuoto di democrazia, provocato dal disinteresse per l’amministrazione della cosa pubblica o quando si fa prevalere il tornaconto personale al bene pubblico o quando non s’investe in cultura e sviluppo. Ma il vuoto di democrazia, se non la sua stessa morte, è ancora più pesante quando le istituzioni pubbliche ai diversi livelli di responsabilità abdicano ai loro compiti, lasciandosi invischiare nei tentacoli di una corruzione senza fine. Quando l’Italia cammina a due velocità: il Nord con le sue dinamiche di sviluppo europeo ed il Sud penalizzato da politiche miopi senza una vera progettualità, che tenga conto della sua storia e della peculiarità dei suoi territori.
 
* Vescovo di Locri-Gerace
Pubblicato su Pandocheion – Casa che accoglie

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