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Negli ultimi cinque anni (2012 - 2017) i provvedimenti del Viminale sono raddoppiati (21 all'anno), tuttavia rimangono zone d'ombra

Scioglimento comuni per mafia, l'attuale legge va completata

di Federico Minniti 07/06/2018

Pubblica Amministrazione nei territori ad alta densità mafiosa, la legge per lo scioglimento dei consigli comunali va "completata".
 
Avviso Pubblico, una rete di enti locali che concretamente si impegnano per promuovere la cultura della legalità e della cittadinanza responsabile, ha fornito un'analisi delle motivazioni dei più recenti decreti di scioglimento. Negli ultimi anni, infatti, vi è stata un'impennata di questi provvedimenti nei confronti degli Enti locali. Basti pensare che dal 1991 al 2011, erano stati 197 i comuni sciolti per mafia (una media di 10 all'anno), mentre nel quinquennio 2012-2017 si è giunti a 105 provvedimenti deliberati dal Governo (raddoppiando la media annua a 21 casi).
 
Gli effetti sociali della scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa sono stati denunciati recentemente da monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri - Gerace, che ha parlato di palesi «vuoti democratici».

Ma quando viene "sciolto" un comune per infiltrazione mafiosa?
 
Bisogna evidenziare che il provvedimento di scioglimento dei consigli comunali è disposto dal ministro dell'Interno che, durante una seduta del Consiglio dei Ministri, sottopone le risultanze investigative della Commissione d'accesso (la c.d. "Relazione").
 
Facendo un ulteriore passo indietro, la Commissione d'accesso si insedia in un Ente locale per disposizione del Prefetto territoriale su delega del Viminale.
 
Soltanto in quattro casi su 37 (nel periodo tra gennaio 2017 e maggio 2018) la procedura d'accesso si è conclusa con un decreto di archiviazione ossa a Corigliano Calabro, Seregno, Niscemi e Villa San Giovanni, come annunciato ieri dal nostro portale.
 
Ma dove parte questo "accertamento" sui comuni? Come si comprende se un sindaco (o un assessore o consigliere, come vedremo) è colluso con la criminalità organizzata? Le risposte sulle motivazioni che portano allo scioglimento degli enti locali per infiltrazione mafiose le fornisce lo studio di Avviso Pubblico: «Nella gran parte dei casi la procedura di verifica sulle infiltrazioni mafiose ha tratto origine da inchieste della magistratura sulle attività illegali dei singoli clan e i rapporti di esponenti della malavita con amministratori e dipendenti dei comuni interessati».
 
Quali sono le motivazioni che portano allo scioglimento di un ente locale per infiltrazione mafiosa?
 
Tutto, quindi, parte dalla fase di indagine della magistratura. Da questi "assunti" si sviluppa l'azione dei commissari ministeriali che, nella loro relazione, individuano e «evidenziano i rapporti di parentela e frequentazioni assidue di amministratori e dipendenti comunali con esponenti dei clan locali che, singolarmente non decisivi, possono risultare complessivamente sintomatici di una condotta permeabile dalle interferenze della criminalità» 
 
Ovviamente non sono solo questi i casi presi in esame dagli emissari del Viminale: vengono evidenziati anche i presunti «accordi elettorali», come avvenuto - ad esempio - a Lamezia Terme con la presenza, nelle liste risultate vincitrici al voto, di soggetti riconducibili ai clan. Ancora più "pesanti" sono le prove di «condizionamento dell'attività amministrativa», casi più rari che si basano su «atti piegati agli interessi delle consorterie criminali».
 
I provvedimenti assunti ottengono i risultati sperati? Qualche volta sì, spesso no.
 
Sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa, quindi, vi sono - di caso in caso - spesso gradi e responsabilità diverse. Nel Contratto di governo dell'attuale esecutivo Conte, il tema dei comuni sciolti per mafia non è menzionato. Eppure i tempi sono maturi, come più volte sottolineato anche dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gerardo Dominijanni per rivedere l'attuale legge sullo scioglimento dei comuni.
 
Per i casi "meno gravi" si potrebbe procedere a una sorta di «“tutoraggio” da parte di una “commissione di affiancamento” che accompagni e supporti l’ente nel suo percorso di risanamento e faciliti l’adozione di tutte le misure idonee a interrompere il rapporto incestuoso con la criminalità locale». Un provvedimento caldeggiato dalla Commissione nazionale antimafia soprattutto laddove si verifichino dei rapporti con l'apparato burocratico dell'Ente, elemento spesso "impunito" nei provvedimento a carico esclusivo della componente politica.
 
Ovviamente intervenire sul personale amministrativo vuol dire immaginare percorsi più lunghi di un commissariamento (che al massimo delle proroghe può raggiungere i 24 mesi): «Si tratta di un processo di ripristino delle regole essenziali per il buon funzionamento dell’Ente, volto a contrastare illecite interferenze da parte dei sodalizi malavitosi radicati nel territorio, e che richiede spesso tempi lunghi, anche in ragione dello stato complessivo della singola Amministrazione e delle limitate risorse disponibili».

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