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L’Università di Notre Dame seguirà per un quinquennio il processo di integrazione delle 500 famiglie arrivate attraverso i canali legali promossi da Cei e Stato

Migranti, il dato dall'America: cresce la Lega, ma cala la paura

di Federico Minniti 11/06/2018

L’Università cattolica statunitense di Notre Dame sta portando avanti una ricerca sui «corridoi umanitari» dall’Etiopia, frutto dell’accordo tra Conferenza episcopale italiana e Governo siglato nel novembre 2017. Da South Bend (Indiana) a Reggio Calabria, Ilaria Schnyder, ricercatrice olandese che sta seguendo, passo dopo passo, il lavoro che durerà per cinque anni, ha partecipato al Coordinamento nazione immigrazione. 
 
«Si tratta di un progetto in collaborazione con la Caritas, ma che rimane indipendente. Ci occupiamo dei reali effetti, in termini di integrazione, delle cinquecento persone che sono arrivate e arriveranno attraverso i corridoi umanitari». Un modello legale di immigrazione che può avere come risultante un vero «matching» culturale tra la popolazione accogliente e quella accolta.

«Sicuramente andremo a valutare tutti quegli indicatori, come l’inserimento scolastico e lavorativo, che ci forniranno dei dati rispetto a una “prima integrazione”, ma lo scopo della nostra ricerca – spiega Ilaria Schnyder – è quello di osservare se scaturirà una “commistione” delle culture». La tesi portata avanti dalla Notre Dame University, infatti, è quella dell’integrazione umana che prevede uno scambio alla pari tra le famiglie giunti dal Medioriente e quelle italiane. «Parliamo di reti sociali in cui, secondo noi, potrebbe scattare un meccanismo in cui accogliere – sottolinea la ricercatrice – diventa positivo, soprattutto in virtù dei valori cattolici».
 
Delle «best pratices» da muturare a livello comunitario in tutta Europa, partendo proprio da una “soluzione” adottata dalla Chiesa italiana. Una ricerca che si incastra in un periodo storico–politico fortemente caratterizzato dalla retorica anti–immigrazione, ma gli “effetti” studiati sono totalmente diversi da quelli attesi con uno sguardo superficiale: «Siamo partiti, in questa nostra prima “fotografia”, dai rapporti di vicinato, ossia da come la popolazione percepisce l’arrivo degli immigrati nel proprio perimetro familiare. Possiamo affermare che in ambienti “ostili”, ossia in regioni in cui vi è una forte presenza elettorale della Lega o di altri populismi, – rivela Schnyder – abbiamo registrato segnali iper–positivi anche da parte di cittadini–elettori di questi movimenti che incontrando e conoscendo da vicino la realtà dell’accoglienza si sono resi conto che questo scambio culturale sia buono in primis per loro».
 
Insomma dalla cabina elettorale alla realtà, la distanza sembra essere abissale: «Molti iniziano a cambiare idea, tanti ci dicono: “Non è quello che mi aspettavo”». Un paradosso tutto italiano che va studiato e approfondito. La ricerca dell’università statunitense potrebbe, alla fine del quinquennio di lavoro, mostrare il volto di un’Italia accogliente più di quanto si percepisce sui social network.

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