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Dipendenza da videogiochi: è malattia

L’Oms inserisce il «gaming desorder» nella lista ufficiale delle patologie. I giocatori sono soprattutto adolescenti maschi

di Stefania Laganà 19/06/2018

Da oggi la dipendenza da videogiochi è ufficialmente una patologia: dopo un lavoro durato un decennio e diversi annunci, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) l’ha inserita nell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie (ICD-11), l’elenco ufficiale che contiene oltre 55mila diverse malattie.

Per l’Oms la dipendenza da gioco digitale consiste in «una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita»; giocare ai videogames può infatti creare una dipendenza e un comportamento compulsivo che distoglie da altre attività. Tra le caratteristiche della patologia, ha spiegato Vladimir Poznyak del Dipartimento salute mentale dell’Oms, c’è «il fatto che anche quando si manifestano le conseguenze negative non si riesce a controllarsi » e che presto nascono «problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai disturbi alimentari».

I sintomi del gaming disorder( questo è il nome della nuova ma- lattia) infatti comprendono cefalee, ansia, depressione, attacchi epilettici e deperimento organico, perché spesso gli adolescenti malati non mangiano, non bevono e non dormono per giocare. Ma per una diagnosi, sostiene l’Oms, «occorre un periodo di osservazione di almeno 12 mesi, anche se questa durata può essere abbreviata se tutti i requisiti diagnostici sono soddisfatti e i sintomi sono severi». L’auspicio dell’organizzazione Onu è che il riconoscimento di questo tipo di dipendenza possa favorire i medici nel formulare più facilmente una diagnosi e consigliare il ricorso a opportune terapie, arrivando anche a includerla nelle polizze assicurative sanitarie.

Gli affetti da gamingsono adolescenti, prevalentemente maschi e passano gran parte della giornata a giocare ai videogame: un fenomeno in preoccupante aumento. Lo conferma lo psichiatra e psicoterapeuta Federico Tonioni, fondatore nel 2009 del primo ambulatorio in Italia sulla dipendenza da Internet, divenuto nel 2016 Centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da Web presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma: «La fase più acuta si riscontra nei giovani maschi a partire dai 12 anni fino ai 15-16. Il gaming disorderè la risposta maschile all’anoressia femminile; colpisce soprattutto i ragazzi che non riescono ad affrontare la fase della pubertà, in genere non fanno sport e sono molto spaventati dal confronto con i coetanei. L’unico posto in cui si sentono capaci di fare qualcosa è il videogame, dove tra l’altro molto spesso eccellono; non competono con nessuno se non alla consolle, cui dedicano tutto il tempo disponibile; anche 18-20 ore al giorno».

Il collega Cherubino Di Lorenzo, neurologo presso il Centro Cefalee dell’Istituto neurotraumatologico italiano (Ini), spiega: «I videogiochi stimolano i circuiti del cosiddetto reward, cioè della ricompensa. In buona sostanza, i ragazzini facendo questi giochi monotoni e ripetitivi, spesso con musiche ipnotiche e stimolazioni luminose intermittenti, riescono ad alienarsi e a ottenere micro-ricompense che instaurano la dipendenza. Allo stesso modo si genera frustrazione quando non si riesce a ottenere la vittoria». Alla base di tutto, riassume ancora Tonini, «c’è un’enorme rabbia che denota condizioni affettive deficitarie basate su moderne forme di assenza genitoriale. Il percorso con questo tipo di pazienti è molto lungo e complicato, perché nei casi più gravi c’è un vero e proprio ritiro sociale dell’adolescente. Ci sono poi ragazzi più consapevoli della patologia e altri meno. Spesso il problema non dipende da loro ma dall’ambiente in cui vivono e dal rapporto con i genitori».

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