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A due decenni e un lustro dall'ordinazione sacerdotale

Venticinque anni per «Amore del Signore e della sua Chiesa»

di Francesco Creazzo 25/06/2018

Una parrocchia “galleggiante” nata dall’accorpamento di due storiche comunità reggine, l’incidente alla pavimentazione della chiesa, la necessità di radunare i fedeli in un territorio “ondivago”, schiacciato tra le esigenze della periferia e i problemi del centro città. E un parroco che da due anni tenta di gettare un seme comunitario, come ha fatto negli ultimi 24 anni e 11 mesi di servizio.

Martedì, infatti, don Salvatore Barreca, parroco di San Gaetano Catanoso, compirà il 25esimo anno di sacerdozio.

Appena ordinato sono stato nominato vicario di San Sperato, poi nel ’95 sono diventato parroco di Santo Stefano–Mannoli–Gambarie, un’esperienza bellissima durata fino al 2002, dopodichè sono stato nominato parroco di Gallico Marina fino al 2015 e poi sono arrivato qui. Da quasi tre anni guida questa parrocchia, nata dalla fusione di Spirito Santo e Sant’Anna. Quali sono le sfide pastorali che incontra? Innanzitutto devo dire che questa è una bellissima comunità: ci sono tante realtà, anche storiche come l’Azione cattolica che risale agli anni ’20. Ci sono i gruppi di Rinnovamento nello Spirito, abbiamo avviato gli Scout. È una parrocchia vivace e attiva. Le sfide però non mancano, anche per lo stato e la posizione della chiesa.

Che intende?

Intendo che la pavimentazione di questa chiesa è sprofondata di due centimetri a dicembre scorso, e da allora l’intero edificio è inagibile, quindi siamo impossibilitati a svolgere molte attività e dobbiamo spostarci di continuo. Inoltre, purtroppo, l’edificio è un po’ nascosto tra i palazzi, non si “affaccia” sulla città e quindi non riesce ad essere il centro della comunità.

E a livello pastorale?

È un territorio vasto, difficile perché abbiamo varie sfide. Quella essenziale, più di tutte, è quella di tutti i parroci: far sì che i ragazzi, dopo la prima comunione, non abbandonino la Chiesa. Per questo proponiamo un cammino anche dopo la ricezione del sacramento, sensibilizzando le famiglie, cercando di essere “Chiesa in uscita”, come dice papa Francesco. Credo che sia la sfida principale in un mondo in cui anche il ruolo della famiglia è molto indebolito perché abbiamo molti nuclei familiari frammentati e molte coppie ferite, per cui non riescono ad agire incisivamente sui ragazzi. Difficoltà e fatica, ma anche la bellezza del servizio.

Cosa le rimane di questo quarto di secolo?

Se oggi sono qui a dire “Grazie” al Signore è perché ho detto il mio “Sì” a Lui che mi ha chiamato. È stata finora un’avventura stupenda, ispirata solo all’amore che porto a Dio e alla sua Chiesa, anche nei momenti di difficoltà che ci sono tutti i giorni, tante volte viene da fermarsi, viene da dire “basta”. Ma poi dentro si sente una voce più forte che spinge ad andare avanti, a guardare il crocefisso e trovare la forza per continuare ad agire.

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