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La testimonianza di un ventiduenne reggino che sta compiendo il percorso terapeutico presso il centro d’ascolto

Malati digitali. Mario: «Le mie giornate in fuga dalla realtà»

di Redazione Web 26/06/2018

Pubblichiamo la testimonianza di Mario (nome di fantasia, ndr), utente del Cereso, affetto da dipendenza comportamentale.

L’odore di pioggia bagnata sull’asfalto, il clacson delle macchine in coda nel centro della città, «permesso–scusi». Prima di contattare il Cereso non vedevo gente da ormai troppo tempo. Non ero fuori dall’Italia, o in posti dove non era possibile uscire, ero ovunque in ogni luogo con un click, “giocavo” a nascondino con me stesso ed ero lontano dalle semplici attività che oggi mi hanno portato a ritornare a vivere. Mi chiamo Mario, sono un ragazzo di 22 anni, mia madre dice che sono troppo timido e introverso. Pensandoci, ad oggi non ricordo esattamente com’è andata. Forse ho iniziato a dire di «no» a qualche uscita con amici, non mi piacevo molto, ero una “schiappa” con le ragazze. Così ho pensato che col tempo la sedia della mia scrivania sia diventata la mia città e il mio pc è diventato il mio mondo dove ogni giorno, io e il mio “amico– web”, ci raccontiamo tante storie, commentiamo e condividiamo. Ho iniziato a giocare online a un videogioco: non riesco a staccarmi. Passo le mie giornate in soffitta, a vivere una vita che non è reale, una realtà distorta, virtuale. Oggi riconosco che non era “normale” mangiare in camera, farmi arrivare fin dentro la stanza la pizza ordinata a domicilio, o mio padre che mi comprava le sigarette e le lasciava dietro la porta. I miei ritmi biologici erano decisamente stravolti, la notte non dormivo quasi mai, pranzo e cena seduto davanti allo schermo. Se oggi sono qui a scrivere non è di certo perché ero riuscito a rendermi conto di avere un problema, ma altri lo hanno fatto per me, i miei amici, preoccupati, un pomeriggio si sono rivolti ai miei genitori chiedendo loro di intervenire. Oggi mi rendo conto che un geni- tore non sa cosa fare, inizialmente crede che sia l’età, che passerà. Mi lasciavano stare perché li minacciavo che avrei compiuto gesti estremi. Lo so, avevano ragione, non potevo vivere in quella condizione, senza un’occupazione e nemmeno una prospettiva, ma in fondo la verità è che non mi interessava, avevo anche una fidanzata conosciuta in rete, prima che la situazione precipitasse. Per me i videogiochi erano fondamentali, qualcosa di cui non riuscivo a fare a meno, entravo in sfida, non gestivo più. Se mancava la corrente o la connessione, iniziavo a sudare, mi irritavo, diventavo nervoso. Alla luce del percorso posso dire che era diventata una dipendenza, una serie di comportamenti persistenti e ricorrenti che avevano preso il sopravvento sugli altri interessi e sugli affetti a me più cari. Era come vivere in una continua corsa, in fuga da una realtà per me invisibile. Controllo, poca gestione, tanta rabbia, evitamento, fragilità. Credevo che avrei potuto smettere nel momento in cui sarei stato pronto ad affrontare la vita, con le sue continue sfide e difficoltà, ma non si trattava di una mancanza di lucidità o del momento giusto, ma semplicemente di quei 20 secondi di coraggio per comporre il numero e dire: «Ciao mi chiamo Mario, ho bisogno di aiuto».

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