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Intervista esclusiva al PM di Malasanitas e Alchemia, «sono innamorato di Reggio»

Di Palma: «Clientela e pena incerta armi della ’ndrangheta»

«Lo Stato non riesce a creare un’alternativa credibile alla ’ndrangheta che è abilissima a prospettare schemi a cui i giovani rimangono legati»

di Redazione Web 17/09/2016

Di Palma mentre conversa con alcuni studenti Esercitare la professione di magistrato ha un rischio: diventare giudice degli uomini e non dei fatti». Roberto Di Palma sente il peso della sua toga; lo sente nei suoi incontri con le scolaresche «il mio secondo "lavoro"» ci confida sorridendo. Lo percepisce nella sua attività quotidiana di sostituto procuratore a Reggio Calabria. Da via D’Amelio, ventottenne poliziotto, alle recenti operazioni con una percentuale di conferma di condanne definitive superiore all’89%.
La ’ndrangheta. Ancora una piovra imbattibile?
Ultimamente vi sono stati dei vagiti di rivolta popolare. Mi riferisco, per esempio, alla petizione a favore del procuratore o alla fiaccolata dopo la bomba alla procura generale o ad alcuni figli di ’ndrangheta che pubblicamente si sono dissociati dalle loro famiglie. Chiaramente ho parlato di "vagiti", perché si tratta di poche cose, rispetto a quello che si potrebbe fare.
Segni di rinascita.
Tanti ragazzi hanno voglia di staccarsi dall’ideologia mafiosa. Ci sono, purtroppo, tanti ragazzi che rimangono affascinati dalla criminalità organizzata: questo è un chiaro problema della società che non riesce ad essere un’alternativa credibile alla ’ndrangheta che è abilissima a prospettare schemi a cui i giovani rimangono legati.
Il lavoro, la "marcia in più" delle ’ndrine.
È vero, però è uno specchietto per le allodole. Le faccio un esempio concreto: quando noi abbiamo disarticolato la cosca di Seminara, arrestando tra gli altri il sindaco, il giorno successivo si presentò nel mio ufficio il direttore di una delle più grosse ditte che lavoravano sull’A3, consegnandoci un elenco di nominativi che gli erano stati segnalati qualche giorno prima dal sindaco arrestato. Quei nomi erano il bacino di utenza clientelare di chi si rivolge alla ’ndrangheta per mettere su famiglia.
Una holding criminale.
C’è un core business economico e uno sociale. A livello finanziario sicuramente gli stupefacenti sono un settore molto redditizio per i clan, senza però sottovalutare l’edilizia, pubblica e privata. O pseudoprivata
perché qui è difficile che tu possa costruire anche un appartamento con una ditta di tuo gradimento se stai in una zona "controllata".
Una sorta di guardiania?
Il popolo, la gente comune sa benissimo che rivolgendosi a persone apparentemente "per bene", dietro di loro c’è il boss di turno. È quello che la ’ndrangheta vuole: il potere.
Il famoso consenso mafioso.
È chiaro l’intento di permeare nei gangli della pubblica amministrazione per creare il clientelismo che è l’anticamera dell’associazione. Capita quando ci sono dirigenti medici invischiati con le cosche oppure a capo degli uffici pubblici soggetti legati alle ’ndrine. Chiunque ha bisogno di un ricovero o di una concessione edilizia; spesso capita che di primo acchito sarà impossibile risolvere il problema, salvo parlare con il responsabile, il quale troverà la soluzione adeguata, legandoti ad un vincolo di riconoscenza che anticipa quello che può essere un rapporto di do ut des.
Tutto, o quasi, è in mano ai mammasantissima?
La ’ndrangheta vuole la sottocultura e tende a sviluppare quei fringe benefit che lo Stato non riesce a dare. Però, al contempo, si firma una cambiale in bianco. Una cambiale che prima o poi verrà riscossa: all’inizio in modo blandissimo per poi irretire il soggetto coinvolto in una serie di meccanismi dalla quale non se ne può più venire fuori.
Si sente da solo in questa "guerra"?
Noi magistrati applichiamo le leggi. Mi rendo conto che, forse, però nel nostro ordinamento mancano delle norme di coordinamento tali da poter rendere la pena certa, ossia sapendo che chi viola una legge non se la cavi con una pena sospesa. Uno dei problemi è che il legislatore ha lavorato sull’onda emotiva dei fatti eclatanti, creando una sorta di pendolarismo dell’emergenza.
Abbiamo adottato un codice di procedura penale di stampo anglosassone abiurando però l’esecutività della sentenza dopo il primo grado di giudizio. Questo crea tempi lunghi ed incertezza della pena aumentando nei delinquenti il senso di impunità e nella gente per bene il senso di impotenza.
La gente "per bene", la comunità degli onesti.
Non bisogna mai avere sentimenti di disprezzo verso i criminali. Ognuno di noi fa delle scelte, ma non esiste il soggetto predestinato a commettere del male. Anche l’omicida ha avuto nella sua vita l’opportunità di dire di "no". Non vanno giustificati assolutamente, però bisogna evitare il livore personale. Se proprio dobbiamo avere dei sentimenti, dobbiamo avere solo quelli positivi.

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