accedi | registrati | 16-11-2018

Giorgio La Pira, quel sindaco veramente santo

La riflessione di monsignor Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza episcopale calabra, sul politico fiorentino

di Vincenzo Bertolone * 09/07/2018

«Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall'economico – è impegno di umanità e santità».
 
Che Giorgio La Pira avesse ragione lo dimostra ora la decisione di Papa Francesco di autorizzare la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto che del politico fiorentino (e con lui anche di Pietro Di Vitale, Alessia González-Barros y González e Carlo Acutis) riconosce le virtù eroiche e lo dichiara venerabile.
 
Un primo passo verso la beatificazione, altra tappa di un cammino iniziato nel 1986, quando l’allora arcivescovo di Firenze, Silvano Piovanelli, avviò il processo canonico sul sindaco santo, un profeta della politica, capace di anticipare il Concilio Vaticano II con intuizioni che oggi sembrano ancora più rilevanti di ieri: la possibilità e la speranza di un incontro pacifico tra i popoli della terra; il ruolo delle città come punto di riferimento per favorire la pace; la necessità di schierarsi al fianco dei poveri, degli ultimi, dei più bisognosi, non sono questioni esclusive di un mondo che fu, ma rappresentano più che mai una imprescindibile urgenza ai fini della costruzione di una società più giusta e, più in generale, della sopravvivenza stessa della società in mezzo alle guerre ed ai conflitti non solo bellici. Così come alla fine del 1967: in quell’occasione, andando con la mente alle sanguinose vicende che interessavano la Terrasanta, attraverso le sue lettere egli scrisse e lasciò parole una volta ancora profetiche: «Oggi come ieri – annotava – abbiamo cercato di costruire un ponte di preghiera e di riflessione storica e politica tra le rive avverse che separano ancor tanto gravemente i popoli fratelli (la famiglia di Abramo) del Medio Oriente».
 
Una visione che trova riscontro e conferma non soltanto nell’attualità geopolitica, ma anche nella vita di ognuno e nelle comunità di appartenenza, dove è più facile starsene a prendere il sole sulle rive avverse che non – per dirla ancora con La Pira – «abbattere i muri e costruire i ponti». Al contrario, l’appello alla pace e alla giustizia che il primo cittadino di Firenze faceva suo partendo dai versetti del libro di Isaia risuona di assoluta attualità, eco dell’insegnamento di una politica attenta al mondo intero e, insieme, alla concretezza della vita di ogni persona.
 
Il senso di responsabilità di cui queste riflessioni sono permeate danno conto del bisogno che questa missione diventi propria di tutti: sottrarsi al richiamo delle divisioni e del potere non è facile, ma quel che rischia di perdersi è il senso del bene comune e dell’interesse generale, che dovrebbe spingere a una larghissima assunzione di responsabilità, ad ogni livello della società, in funzione dei cambiamenti divenuti indispensabili. E per andare oltre ogni ostacolo non servono armi, ma mente, cuore e dialogo.
 
* Presidente della Conferenza episcopale calabra
 

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