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Basta bufale. Ecco cosa fa la Chiesa italiana per i migranti

Dopo una serie di attacchi gratuiti e infondati, ecco alcuni numeri sull'impegno della Cei

di Paolo Lambruschi 13/07/2018

Un vecchio filmato del 2015 trasmesso da Piazza pulita che mostra un giornalista che finge di essere un profugo siriano chiedere invano un letto per sé e i suoi due figli ad alcuni sacerdoti e a strutture religiose in piazza San Pietro. Un articolo del Fatto Quotidiano che contrappone con una intervista a don Alessandro Santoro il digiuno di preti e suore di strada a Roma contro la chiusura dei porti a un presunto silenzio imbarazzato della Cei. Infine un post su Facebook dell'"intellettuale di punta" dei sovranisti Diego Fusaro che ritira fuori lo scandalo dell'ex direttore della Caritas di Trapani don Sergio Librizzi che chiedeva agli immigrati prestazioni sessuali in cambio di permessi di asilo. Commento del post: «non bastava deportarli per sfruttarli sul piano lavorativo. No. Si poteva fare ancora di più. Ecco l'ennesimo striptease dell'umanesimo occidentale». 

Andiamo per ordine. Il caso don Librizzi scoppia nel giugno 2014 quando viene arrestato. Il titolo risale a 4 anni fa. Non era quindi una notizia di ieri. Nel frattempo Librizzi si trova agli arresti domiciliari, ma la sua vicenda giudiziaria non si è ancora conclusa. Lo scorso dicembre la Cassazione ha annullato la condanna a nove anni che gli era stata inflitta. Quindi Fusaro scrive con approssimazione e ignora uno dei cardini della civiltà – quindi anche dell'umanesimo – occidentale: la presunzione di innocenza fino all' ultimo grado di giudizio. Vale anche per i preti. Quanto al “silenzio” della Chiesa, è strano che “il Fatto” sollevi il problema proprio nel giorno in cui il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin è il presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti - due figure di primissimo piano dunque - in due occasioni diverse abbiano ribadito (ribadito!) che i porti non possono essere chiusi e le vite in mare vanno salvate.
 
A questo punto, ecco in scena il popolo dei leoni da tastiera, che parte unito con il refrain :"li portino a casa loro". Lo fanno già. Così possiamo vedere quanta strada è stata fatta da quando il Papa nel 2015, anno del boom di arrivi sulla rotta balcanica, lanciò l'appello alle comunità cristiane ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia. Stando all'ultimo monitoraggio della Cei, che risale alla primavera del 2017, erano state accolte circa 25 mila persone in 136 diocesi sulle 220 esistenti vale a dire circa il 60%. Perlopiù l'accoglienza cattolica finora ha supportato il sistema dei Cas, i prefettizi Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale con i Comuni. Le strutture utilizzate sono in genere canoniche, seminari, strutture ecclesiali, ma anche episcopi. «Casa loro», insomma. Da notare che oltre 2.700 persone in parrocchia –più o meno l'equivalente di quanti stanno nello Sprar – e 500 in famiglia risultavano accolte fuori dal sistema pubblico. Ossia con tutti i crismi della legalità, ma con fondi ecclesiali. Il monitoraggio 2018 è in corso e i dati verranno divulgati in autunno.

Da aggiungere al numero delle persone accolte i circa 2.000 profughi giunti in tre anni con i corridoi umanitari ideati dalla Comunità di Sant'Egidio e aperti, in accordo col Governo. Una iniziativa ecumenica. Prima si sono sviluppati quelli dal Medio Oriente assicurati assieme alla Federazione delle Chiese evangeliche e alla Chiesa valdese con la collaborazione di diverse Diocesi cattoliche, e usati da profughi siriani vulnerabili in Libano. Poi quelli con la Cei dal Corno d’Africa per fare arrivare centinaia e centinaia di eritrei e somali dai campi etiopici. Oltre a loro sempre assieme alla Cei, tra dicembre 2017 e febbraio 2018 sono stati evacuati in collaborazione con Governo e Acnur 300 profughi detenuti nelle galere libiche, accolti a loro volta dalle Caritas diocesane.

Per quanto riguarda i corridoi umanitari la formula scelta da Caritas italiana e Migrantes , i 2due organismi Cei coinvolti, è quella dell'accoglienza diffusa, vale a dire famiglie o singoli accolti in case della diocesi e di organizzazioni cattoliche e seguiti da volontari con una famiglia tutor. I costi sono a carico della Chiesa. Il progetto dura un anno durante il quale ai profughi viene garantito vitto alloggio e vestiario in cambio della frequenza scolastica per i minori e di corsi di lingua e formazione professionale per gli adulti. I profughi arrivati finora hanno presentato tutti domanda di asilo.

Come diceva il vescovo Domenico Sigalini a Piazzapulita dopo aver visto il filmato nel 2015 con i "no" dei religiosi al sedicente profugo, l'accoglienza e l'integrazione vanno fatte bene e alla generosità occorre affiancare l'organizzazione. Questa almeno è la scelta di quella parte del nostro Paese che preferisce i fatti concreti agli insulti e agli schiamazzi.

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