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Pornografia sul web: una «scuola» di violenza per i minori

L’accesso libero e gratuito a un bacino sconfinato di filmati pornografici ha prodotto una situazione da 'far-west'

di Massimo Calvi 24/07/2018

La cronaca continua a raccontare di violenze e soprusi ai danni di donne commessi da loro compagni, mariti o ex coniugi, di femminicidi quali ultimo atto di relazioni guaste, spesso fondate sulla prevaricazione. Nelle riflessioni attorno a questo fenomeno un aspetto di cui si parla forse troppo poco è il ruolo che può avere la diffusione della pornografia nella formazione emotiva e nella futura relazione uomo-donna, soprattutto tra i più giovani.

L’allarme ha un valore in prospettiva: a causa della ampia diffusione di tablet e smartphone connessi a internet è sempre più frequente che anche bambini di 8-10 anni abbiano accesso a contenuti pornografici e violenti. Quando capita di parlarne tra adulti spesso si tende a sminuire la portata del problema. In fondo, si obietta, la visione di immagini pornografiche non trasforma tutti in prevaricatori o assassini. Oppure, altro argomento, non sarà 'un po’ di nudo' a rendere più violenti i maschi, anche perché a fare la differenza è sempre l’educazione impartita dai genitori. La condizione della donna nella società, inoltre, non è peggiorata (solo) a causa della pornografia, né si può dire che le cose vadano meglio nelle società in cui è vietata del tutto. Tuttavia ci sono molte ragioni per parlare di un allarme sociale, che produrrà frutti guasti in futuro.

La pornografia rappresenta sempre una degenerazione, a ogni livello e ogni età, ma se è impossibile oscurarla poniamoci almeno qualche domanda che tenga conto dei cambiamenti avvenuti. Che adolescenti saranno i tanti bambini che già negli anni della scuola primaria si stanno abituando a guardare filmati pornografici? Che immagine della donna e delle relazioni affettive potranno sviluppare da adulti? C’è un altro aspetto che rende più urgente aprire una discussione: il mercato del porno è cambiato radicalmente. L’accesso libero e gratuito a un bacino sconfinato di filmati pornografici, senza filtri né alcun tipo di controllo, ha prodotto una situazione da 'far-west' che non prevede alcun tipo di protezione.

Nella stragrande maggioranza dei video pornografici offerti alla libera fruizione tutto è 'messa in scena' e recitazione, la rappresentazione però si snoda secondo un copione di dominazione e violenza, di sottomissione del corpo femminile fino all’umiliazione se non alla tortura. Il piacere è presentato in funzione dell’annientamento della donna, il cui ruolo è ridotto a un oggetto nella totale disponibilità dell’uomo. Siamo in un mondo in cui la libertà di espressione è garantita e tutelata. Ed è una fortuna. Nel momento in cui ci si trova ad analizzare le manifestazioni di violenza, però, sarebbe opportuno riflettere su tutto quello che può averle alimentate, anche solo in parte.

Domandiamoci allora se non sia possibile fare qualcosa di più, a livello tecnico o legislativo, per porre dei freni e proteggere almeno i minori. È giusto, ad esempio, che internet sia completamente aperto e fruibile da chiunque entri in possesso di uno smartphone? Perché i contenuti violenti e pornografici non possono diventare accessibili solo a utenti identificati? E se erigere barriere in rete è difficile, perché non proibire ai più giovani di utilizzare alcuni strumenti, ad esempio facendo in modo che sul mercato siano disponibili smartphone per maggiorenni e per minorenni, con diversi livelli di accesso alla rete e dunque di protezione? Di limiti sensati è piena la nostra società: le automobili si guidano solo dai 18 anni in avanti e in base alla cilindrata, alcool e sigarette non possono essere venduti ai minori, anche per le scommesse ci sono barriere.

Appellarsi alla questione educativa è fondamentale, ma lasciare che ogni responsabilità ricada solo sui genitori significa non tenere conto dei limiti che questo comporta: spesso è proprio la loro assenza a trasformare un problema privato in un’emergenza pubblica. Forse occorre fare di più e servirebbero segnali più forti. Quando ci troveremo a esprimere condanna e indignazione per il prossimo caso di cronaca dovremmo chiederci se non abbiamo dimenticato di fare qualcosa di semplice, ma importante, per evitare che tra bambini di oggi cresca l’uomo violento di domani. Le donne non hanno proprio niente da dire?


* da avvenire.it

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