accedi | registrati | 15-8-2018

Tre seminaristi reggini impegnati in un'importante esperienza caritativa

Da Reggio a Biella per imparare a servire

Anziani e famiglie nella struttura fondata da San Giuseppe Benedetto Cottolengo

di Redazione Web 30/07/2018

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di tre seminaristi reggini, impegnati in un'importante esperienza di servizio a Biella.

Ogni anno, all’epilogo del percorso formativo, il nostro seminario, in continuità con la proposta educativa, ci propone delle esperienze estive da vivere all’insegna della fraternità e del servizio.
A noi tre è stato proposto di vivere un’intensa esperienza caritativa alla «Piccola casa della Divina Provvidenza», fondata per volontà di San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Dopo il lungo viaggio, durante il quale abbiamo avuto l’occasione di confrontarci e accrescere la conoscenza reciproca, siamo giunti alla nostra destinazione, Biella, dove siamo stati accolti da Fratel Stefano Groppetti, religioso dei fratelli cottolenghini.
Dopo una breve visita della struttura, ognuno di noi ha cominciato a prestare servizio in una delle molteplici famiglie di ospiti presenti. Saverio, nella famiglia San Filippo: qui sono accolti disabili, persone abbandonate, con gravi sofferenze fisiche e psichiche, che l’età avanzata ha accentuato. Emanuele, nella famiglia Santa Rita, dove sono ospitati anziani non più in grado di svolgere le normali attività quotidiane a causa di malattie degenerative e fortemente invalidanti. Giuseppe, nella famiglia Sant’Anna: qui si trovano simpatici vecchietti, che per via della solitudine o a causa dell’età avanzata non sono in condizione di poter restare soli.
L’immergerci in questa esperienza ci ha permesso di entrare in contatto con innumerevoli e diverse realtà, ciascuna caratterizzata da grandi sofferenze e povertà, ma altresì incredibilmente ricca ed arricchente. L’incontro con gli ospiti ci ha posti di fronte alla faticosa prova del confronto con la sofferenza fisica e con la fragilità psicologica spesso frutto, oltre che della malattia, di una storia personale tutt’altro che felice. Lo stare accanto a questa realtà ferita ha suscitato in noi uno sconvolgente e profondo sentimento di compassione che ci ha portato a riconoscere in ciascuno di quegli sguardi il volto sofferente di Cristo. Allora, avendo fatte nostre le parole di San Giovanni Paolo II in visita al Cottolengo, possiamo affermare: «Se non si comincia da questa accettazione dell’altro, comunque egli si presenti, in lui riconoscendo un’immagine vera di Cristo, non si può dire di amare veramente».

Emanuele, Saverio e Giuseppe

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