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E a San Luca la diocesi prende in gestione la grande villa del boss, servirà per i disabili

Locride, la mega-villa del boss diverrà la casa dei disabili

di Toni Mira 03/08/2018

L’enorme villa del boss, affidata alla diocesi, presto ospiterà un centro per le famiglie con disabili. A pochi chilometri 70 operai forestali stanno mettendo in sicurezza la strada che porta a Polsi: da "strada della ’ndrangheta" a via del riscatto. Per riappropriarsi ancor di più del santuario, profanato dai clan.

Ed è proprio aria di riscatto e anche d’orgoglio quella che si respira a San Luca, il paese dell’Aspromonte famoso per la faida tra clan di ’ndrangheta e per i traffici di droga. Ora invece luogo di concrete e positive novità. Come l’imponente villone in località Giardino confiscato ad Antonio Pelle, detto ’Ntoni Gambazza: 350 metri quadri, pianterreno con varie stanze, un secondo piano con ampio salone, il soffitto in travi di legno e una terrazza che gira tutt’attorno, oltre al campo da tennis in cemento e cinquemila metri quadri di terreno agricolo (soprattutto olivi). Tutto bellissimo e in buone condizioni, ma non che voleva nessuno.

Così il commissario Salvatore Gullì, che da tre anni guida il Comune perché per tre volte non si è riusciti ad eleggere un sindaco, lo ha proposto al vescovo di Locri-Gerace monsignor Franco Oliva, il quale ha detto subito di sì. E non è una novità. Con questo di San Luca sono infatti ben cinque i beni confiscati ai clan della Locride accettati dalla diocesi: due assegnati alla parrocchia di S. Maria del Pozzo ad Ardore (uno in questi giorni), uno alla parrocchia di S. Nicola di Bari a Gioiosa Jonica, uno ad Africo.

Una scelta convinta, dunque, quella del vescovo, che ha deciso di affidare la villa alla Fondazione per le opere di religione. Sarà utilizzata per l’oratorio parrocchiale e come luogo per iniziative giovanili, e da settembre ospiterà il Progetto "Amoris Laetitia" per l’integrazione familiare e sociale della disabilità, frutto della collaborazione tra diocesi e Comune, realizzato grazie al finanziamento di 150mila euro in tre anni assegnato dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Governo Gentiloni.

Proprio dalla villa confiscata partiamo col vescovo per un sopralluogo alla strada verso Polsi, 22 chilometri che portano al santuario della Madonna della Montagna in meno di 45 minuti, rispetto all’ora e mezza delle altre strade. È un vecchio percorso che unisce le località Cano e Farnia, con una carreggiata ampia e un buon fondo. Viste spettacolari sul paese di San Luca e sull’enorme fiumara del Buonamico, ampi tornanti tra fitti boschi e aride rocce. Ma non ha mai avuto manutenzione, così alcuni smottamenti ne ostacolavano il tragitto. Una situazione voluta: non a caso era chiamata la "strada della ’ndrangheta", che in questa zona aveva propri interessi, compresa la coltivazione di cannabis. E perché il santuario era "cosa loro".

Ma ora anche qui si cambia. Ed è un lavoro di squadra: il Parco nazionale dell’Aspromonte ha stanziato 40mila euro assegnandoli al Comune, altri 70mila li ha messi Calabria Verde, l’azienda regionale per gli interventi sul territorio nel campo della forestazione e della difesa del suolo. «Ci siamo messi attorno a un tavolo e siamo riusciti rapidamente a mettere in piedi questo importante progetto», spiega con orgoglio il commissario Gullì. Lo stesso orgoglio di Domenicantonio Mileto, responsabile del Distretto 10 di Calabria Verde, che ci accompagna nel sopralluogo. Lo stesso orgoglio dei 70 operai che da una settimana stanno lavorando con grande impegno lungo la strada. Tre cantieri con mezzi meccanici, ma molto va fatto a mano, come il ripristino delle canalette e dei muretti a secco.

Mileto si ferma, fa i complimenti ai suoi uomini: «Bravi, ottimo lavoro. Sono orgoglioso di voi». «Grazie, vede che lavoro che stiamo facendo? Ce la faremo. Ditelo che stiamo lavorando bene», rispondono sorpresi di vedere il vescovo. Loro, lavoro e impegno ce li stanno mettendo. E la strada sarà perfettamente percorribile. Anche perché c’è l’impegno di Calabria Verde a fare la manutenzione per tenerla aperta tutto l’anno. Rimarrà solo l’attraversamento del Buonamico, che – ora, senza acqua – si fa lungo un tracciato nel letto della fiumara: «Ma servirebbe un ponte. Basterebbe un milione», ci spiega Gullì. I fondi ci sarebbero. E allora davvero la "strada della ’ndrangheta" sarà solo un brutto ricordo.

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