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«La rivoluzione per il Sud»è la provocazione lanciata dal sindaco di Cosenza, Occhiuto

Olimpiadi della Magna Grecia, ma lo sport in Calabria è «fritto»

L'offerta sportiva per i nostri giovani è la più debole d'Europa, alle prese con il baby calciomercato

di Federico Minniti 25/09/2016

Virginia Raggi ha stoppato le volontà del Coni di sviluppare una proposta credibile su Roma come capitale olimpica nel 2024. Se, a Milano, Beppe Sala, forte del successo di Expo 2015, prova a riorganizzare la squadra, in Calabria, Mario Occhiuto, versione Usain Bolt, prova a bruciare tutti sul tempo. Le Olimpiadi del 2024 ritornino nella culla della Magna Grecia. 2.800 anni dopo la prima edizione, la proposta è quella di designare Sibari, all'epoca tra la più grandi metropoli del Mediterraneo, come capitale mondiale dello sport olimpico. Il Presidente della Commissione Mezzogiorno dell'Anci, l'associazione dei comuni italiani, avrà preso alla lettera il credo politico del suo assessore al Centro storico, il critico d'arte, Vittorio Sgarbi. Una trovata, a metà tra la provocazione politica e la boutade, che però rievoca l'antico e mai desueto di Maometto e della montagna: così il progresso, la «rivoluzione per il Sud», per dirla alla Occhiuto, potrebbe diventare magicamente realtà. Il Comitato Olimpico Internazionale probabilmente non prenderà mai in considerazione la proposta di Sibari, perché l'atto «di coraggio» del Coni non premierà la storia millenaria della Calabria. Questione di infrastrutture ed economie di rete, questione di disparità alla base – anche – del sistema sportivo “ufficiale”. Nessuno si sentirà offeso se ribadiamo come alcune regioni sono considerate Cenerentola nel panorama sportivo nazionale. Basilicata, Molise, Marche e Calabria non godono certamente – nemmeno minimamente – delle guarentigie delle altre regioni più “blasonate”. Non per fare pietismo, ma è un dato di fatto. Come sul campo, così nella politica sportiva, c'è chi gioca per la Champions League e chi per la salvezza e la responsabilità – spesso – è da scovare nell'inadeguatezza di chi rappresenta un sistema malaticcio. Così ben vengano le Olimpiadi a Sibari, ma bisognerebbe spiegare al popolo olimpico del perché un giovane calabrese su tre non ha dove fare sport, ancor meno se questi sceglie di praticare discipline minori, quelle che ritrovano auge, proprio, durante la competizione dei cinque cerchi. Si dovrebbe spiegare, anche, del perché la legge regionale sugli oratori, da due legislature, seppur approvata rimane sempre costantemente svuotata di finanziamenti. Del perché nei celeberrimi Patti per il Sud, lo sport – storicamente catalizzatore sociale – ottiene un trattamento di serie B (ad essere positivi) rispetto alle altre politiche giovanili “creative”. Fare sport non è solo andare allo stadio, operazione quest'ultima che avviene regolarmente in deroga di legge, come accade al Granillo o come accadeva allo Scida, che adesso in occasione della massima serie per il Crotone sta soppiantando dei ruderi per il suo ampliamento necessario per i canoni della A. Storie di atavico ritardo infrastrutturale, ma anche culturale. Accade, infatti, come tra i bimbi vi sia un “mercato parallelo” dei cartellini tra società sportive che lucrano sulle prospettive tecniche dei più giovani atleti in rosa. Mentre gli altri, i meno bravi, pagano profumate rette mensili, quando possono permettersele. De Coubertain probabilmente sceglierebbe davvero la Calabria per l'anniversario numero 2.800 delle sue Olimpiadi. Qui dove l'importante non è partecipare, ma provare a farlo è probabile che si possa trovare un autentico spirito olimpico per sospingere una terra arida verso i figli più giovani ad una nuova coscienza di welfare sportivo.

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