accedi | registrati | 11-12-2018

Il Mezzogiorno continua a crescere ma troppo lentamente, persi in 16 anni 2 milioni di residenti

Rapporto Svimez, il Sud non riesce a recuperare dalla crisi

Costalli (Mcl): «Rischiamo il baratro: basta politiche assistenziali, è ora di attuare politiche di sviluppo»

di Redazione Web 06/08/2018

Le anticipazioni del Rapporto Svimez sul Mezzogiorno, che sono state presentate oggi, indicano due temi-chiave. Primo. Il Sud continua a crescere, nel 2017 è cresciuto soltanto un decimale in meno del Centro-Nord (1,4% contro 1,5%), ma la crescita perde colpi e comunque è troppo lenta per poter recuperare le conseguenze devastanti della crisi, tanto più che in prospettiva, se non interverranno misure importanti, si intravede per il 2019 una “grande frenata”. Secondo. “Nel Mezzogiorno – sono proprio le parole usate dallo Svimez – si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che tende a escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione”, soprattutto nelle periferie delle grandi aree metropolitane.  Il numero di famiglie meridionali senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno. Dal 2010 a oggi sono quasi raddoppiate, al Sud, le famiglie con tutti i componenti in cerca di occupazione (da 362 mila a 600mila). Forte è l’incidenza dell’andamento demografico, che vede il peso del Meridione scendere al 34,2%, anche per il minor numero di stranieri (nel 2017 erano 872 mila contro i 4 milioni 272mila del Centro-Nord).  Negli ultimi sedici anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti, per la metà giovani tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati.  La forza lavoro è decisamente invecchiata, con un “dualismo generazionale” eclatante: nel Sud il saldo negativo di 310 mila occupati, tra il 2008 e il 2017, è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità). Ma il lavoro non è più in assoluto una garanzia contro la povertà. Lo Svimez segnala con preoccupazione la crescita del fenomeno dei working poors, i lavoratori poveri: “La crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”. A tutto ciò vanno aggiunti “il divario nei servizi pubblici”, “la cittadinanza ‘limitata’ connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni”, che incidono sulla “tenuta sociale dell’area” e rappresentano “il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo”.  Certo, se queste sono le tendenze generali, il Sud non è una realtà uniforme e presenta un “grado di disomogeneità” estremamente elevato per settori e regioni. Calabria, Sardegna e Campania nel 2017 sono cresciute, rispettivamente, del 2%, dell’1,9% e dell’1,8%. Appena sotto la Puglia (+1,6%) e un po’ più indietro l’Abruzzo (+1,2%). La Basilicata ha registrato un +0,4%, ma dopo alcuni anni di crescita intensa. Stesso incremento del Pil per la Sicilia, mentre il Molise è l’unica regione con un andamento negativo (-0,1%). L’analisi dei settori produttivi rivela che  nella maggior parte dei casi la crescita è stata trainata dalle costruzioni, in particolare opere pubbliche finanziate con i fondi europei, e dall’industria.  Una ragione in più per battere sul tasto sulla necessità degli investimenti pubblici, un cavallo di battaglia dello Svimez e non da oggi. La pur lenta e insufficiente ripresa del Mezzogiorno deve molto agli investimenti privati, che nel 2017 sono cresciuti del 3,9%, consolidando il dato dell’anno precedente e superando, sia pure di poco, quello del Centro-Nord (+3,7%). Gli investimenti pubblici sono lontanissimi dai livelli pre-crisi e la stessa spesa pubblica corrente si è ridotta del 7,1% al Sud, mentre nel resto del Paese è aumentata dello 0,5%. In assenza di interventi di politica economica rilevanti, quindi a legislazione invariata, lo Svimez stima per il prossimo anno circa 4,5 miliardi di investimenti in meno rispetto al picco più recente, quello del 2010. Recuperando questa somma e “favorendo in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno” – annota lo Svimez – si determinerebbe una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale, con l’effetto di annullare completamente il differenziale di crescita tra le regioni centro-settentrionali e quelle meridionali. Sarebbero queste ultime, anzi, a crescere di più, “con beneficio per l’intero Paese”. Perché allo Svimez sono convinti: “Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme”. Non è una pur totalmente condivisibile enunciazione di principio, ma una conclusione basata su analisi e numeri. Un dato fra tutti: dei circa 50 miliardi di residuo fiscale che il bilancio pubblico trasferisce alle regioni meridionali, 20 ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi. 

“In un’estate già fin troppo ‘calda’ per le tante criticità del nostro Paese, lo scenario aperto dalla Svimez sulle condizioni sociali ed economiche del Mezzogiorno è davvero drammatico. Per i cittadini del Sud non solo sono carenti (se non addirittura mancanti) i diritti fondamentali dalla sicurezza all'istruzione, ma si registrano anche pesanti diversità nei servizi pubblici. Il rapporto mostra dati preoccupanti: 600mila famiglie disoccupate, l’aumento dei “working poors” e la grande fuga all’estero di1,8 milioni di persone, perlopiù giovani”, con queste parole il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, ha commentato le anticipazioni del rapporto 2018.
“Da anni cerchiamo di richiamare l’attenzione dei governi che si sono succeduti sulle condizioni del nostro Mezzogiorno. Troppo tempo si è perso finora e troppo continua a perdersi: dal crollo degli investimenti responsabilità del precedente governo, assistiamo oggi a sole chiacchiere di carattere assistenziale proprio dal governo che aveva impostato la campagna elettorale sul Mezzogiorno, e che il Sud pieno di speranze ha premiato con tanti voti”, ha continuato Costalli.
“Il Sud non ha bisogno di provvedimenti assistenziali, ha bisogno di infrastrutture che portino investimenti e lavoro, favoriscano il turismo e di un trasporto celere dei prodotti di qualità in agricoltura. Creare alta velocità ferroviaria, un sistema aeroportuale, banda ultra larga, università, centri di ricerca, start-up innovative; lavorare sulla competitività delle imprese offrendo opportunità di investimento anche attraverso politiche che incentivino le assunzioni a tempo indeterminato; creare nuovi posti di lavoro; ripristinare un sistema di legalità forte, contrastando con tutti i mezzi e le risorse necessarie la criminalità organizzata e la corruzione che di fatto sono un freno allo sviluppo dei territori: di questo ha bisogno il Mezzogiorno per non sprofondare”, ha affermato il presidente del MCL.
“Tutto questo è compito delle istituzioni: ma è solo con politiche adeguate e fatti concreti che si possono realizzare, le chiacchiere sono utili solo alle campagne elettorali. Il nostro Mezzogiorno non può più permettersi chiacchiere né di sprecare altro tempo, altrimenti rischia di crollare irrimediabilmente in un baratro da cui difficilmente sarà possibile uscire”, ha concluso Costalli.

 

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2017 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative